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Una dieta ipocalorica fa vivere a lungo? Sembra proprio di no.

Una dieta ipocalorica fa vivere a lungo? Sembra proprio di no.

Uno dei mantra di questi ultimi anni è che la riduzione di almeno il 30% delle calorie normalmente assunte sia la base per la longevità. A sostegno di tale ipotesi, formulata molti anni fa e tornata in auge sul finire degli anni '80, dati di fisiologia cellulare (vedi riduzione del metabolismo e conseguente diminuzione dei radicali liberi), alcuni lavori scientifici e soprattutto il sostegno da parte di medici e scienziati famosi. Più volte abbiamo la Montalcini e Veronesi affermare che la loro dieta assolutamente moderata, per non dire parca, è alla base della salute mentale e della longevità di cui godono. In realtà le variabili che entrano in gioco sono molte. Solo uno studio scientifico fatto con tutti i crismi potrebbe indicare se, e in quale percentuale, la dieta influenza le aspettative di vita. Ed uno studio di tale portata comporta anni di osservazioni in condizioni controllate.
Una precisazione. Non si considera qui la qualità calorica ma la quantità calorica. E' abbastanza ovvio che una dieta basata principalmente su grassi anche se resa paragonabile quantitativamente ad una dieta equilibrata, causerà maggiori problemi di salute.
Il punto quindi è: a parità di qualità, una riduzione delle calorie determina o no una maggiore aspettativa di vita?
a sinistra scimmia con dieta ipocalorica, A destra il controllo
Bene. Sembra proprio di no. Questo almeno è quanto emerge da un articolo pubblicato ieri su Nature (Mattison et al, del National Institute on Aging, NIH) e riassunto oggi sul New York Times da Gina Kolata. Il punto di forza del lavoro di Julie Mattison , è la durata (25 anni!!!) e la completezza dello studio (condotto su scimmie Rhesus in codizioni controllate e senza stress ambientali). 
 Non volendo qui entrare in troppi dettagli che annoierebbero i non addetti ad i lavori, ne riassumo di seguito i punti più importanti:

    •    è stato necessario usare un modello animale il più simile a quello umano e per tutto il tempo necessario. Tempo che equivale alla vita media delle scimmie. Sarebbe stato impensabile ottenere dei dati sicuri per un tempo così lungo con esseri umani (questionari o risposte basate sulla fiducia non servono a molto qui).
    •    Sono state studiate 121 scimmie, 49 delle quali (oramai vecchiette) sono ancora in vita. Lo studio proseguirà fino alla dipartita per morte naturale di tutto il campione.
    •    Lo studio è iniziato nel 1987. Tali erano le aspettative del successo dello studio che alcuni dei ricercatori coinvolti avevano iniziato spontaneamente una dieta ipocalorica.
    •    Le scimmie sono state divise in gruppi a seconda della dose calorica giornaliera assunta e del momento di inizio di tale dieta. Quindi alcune scimmie hanno iniziato la dieta da giovani, altre quando erano in età avanzata.
    •    La causa di morte naturale (cardiovascolare, cancro) nelle scimmie decedute non mostra nei diversi gruppi sostanziali differenze.
    •    I maschi posti in dieta ipocalorica (30% di calorie in meno) in tarda età mostrano livelli di colesterolo e glicemia inferiori rispetto al controllo. Questo dato NON è invece presente nelle femmine parimenti alimentate. In questo gruppo di trattamento entrambi i sessi mostrano invece un abbassamento dei livelli di trigliceridi, notoriamente associati al rischio di malattia cardiaca.
    •    Scimmie messe a dieta da giovani (che comprende tutta la prima fase di adulto) non mostrano i benefici sopra descritti (minori trigliceridi e per i maschi minore colesterolo e glicemia). Tuttavia sviluppano meno patologie tumorali.
    •    IN OGNI CASO le scimmie in dieta, in qualunque momento l'abbiano iniziata, NON vivono più a lungo dei controlli.

Grande è stata, come detto sopra, la sorpresa degli autori. Rafael de Cabo, il leader del gruppo, si aspettava di riprodurre almeno in parte i risultati ottenuti in uno studio durato 20 anni della University of Wisconsin del 2009 (Colmar et al, Science) in cui si era osservata una correlazione positiva fra dieta ipocalorica e longevità.
Ma già allora erano sorti dei dubbi sui risultati. In particolare era stata la decisione degli autori di non considerare circa la metà dei decessi in quanto, a loro parere, non correlati con il fenomeno della vecchiaia. Se tali morti fossero state incluse la correlazione positiva sarebbe divenuta statisticamente molto dubbia.

De Cabo aggiunge che "sarà necessario aspettare ancora un po di tempo, fino a quando tutte le scimmie saranno decedute e quindi analizzate. Non possiamo escludere che al completamento dell'analisi emergeranno dati a sostegno della ipotesi di partenza, sebbene sicuramente meno forti dell'atteso".

Un'altra differenza potenziale fra gli studi del Wisconsin e dell'NIH (National Institutes of Health, Washington DC) è da sottolineare. L'origine delle scimmie Rhesus (macachi) usate è geograficamente diversa: indiane nel primo caso e indo-cinesi nel secondo. Potrebbero quindi esistere delle differenze genetiche di base. Non un punto particolarmente decisivo (non c'è alcuna ragione di preferire un modello piuttosto che un altro) ma da considerare.

E le affermazioni di Veronesi e Montalcini? Un punto importante da considerare è che la loro dieta ipocalorica è iniziata sicuramente dopo i 60 anni. E' alquanto comprensibile che un anziano che si nutre seguendo i veri bisogni del proprio organismo goda di una salute migliore rispetto a chi continua a seguire una alimentazione tipica di un ventenne. Ed i dati delle scimmie che mostrano almeno benefici metabolici ne è una conferma.

Mangiare bene e nella giusta quantità richiesta dal corpo nelle diverse fasi della vita, oltre alla fortuna derivante da un patrimonio genetico idoneo e la protezione dagli accidenti della vita, è forse la vera ricetta da seguire per chi voglia vivere bene e a lungo.

Articolo successivo sul tema: gli errori della dieta basata sul gruppo sanguigno (qui)

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p.s. noto con un sorriso che oggi, il giorno dopo il mio post ma soprattutto l'articolo generalista pubblicato sul NYT, "La Repubblica" non sia riuscita a fare niente di meglio che tradurre (quindi copiare in modo legale) l'articolo di Gina Kolata. Ma la redazione scientifica esiste nei giornali italiani o serve solo per pubblicare le veline del professore di turno?


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