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Vitamine e terapia malattie neurodegenerative (3): vitamina D3 e vitamina B

Continua da 2
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La vitamina D3: un aiuto contro l'Alzheimer

Che la vitamina D3 fosse importante nello stimolare il sistema immunitario a rimuovere la proteina beta-amiloide era noto. Uno studio della UCLA del 2009 aveva mostrato un rallentamento dei processi neurodegenerativi in pazienti con Alzheimer (abbreviato in pcA) trattati con una combinazione di vitamina D3 e curcumina (molto usata dalla medicina indiana). Fatta l'ossevazione rimasero i dubbi sul meccanismo alla base della efficacia terapeutica. Interrogativi che il lavoro di una equipe della UCLA coordinata da Milan Fiala e pubblicato in due articoli nel 2011 e nel 2012, aiuta a comprendere.

Prima di procedere oltre un breve riassunto.
La vitamina D3 è una molecola inattiva trasformabile in seguito a processamento cellulare in un ormone. Il processamento, mediato dall'energia solare (o meglio dai raggi UV), avviene nelle cellule della pelle e porta alla trasformazione in calcitriolo, una molecola che facilita l'assorbimento di calcio e fosfato dall'intestino (dal cibo) e dai reni (riassorbe quello eliminato). Una funzione quindi importante per prevenire rachitismo ed ipocalcemia. 
Una brevissima parentesi per ricordare che la carenza di vitamina D è stata a lungo un problema per i neri americani in quanto la loro pigmentazione non consente di assorbire la quantità di energia solare necessaria per la conversione della vitamina D. Gli afroamericani necessitano quindi di una dieta più equilibrata, ricca di frutta e vegetali freschi. Una condizione purtroppo non molto frequente fino agli anni '50 e che era all'origine della maggiore incidenza, rispetto ad i bianchi di uguale stato economico-sociale, di rachitismo.

Torniamo al lavoro di Fiala.
Lo studio del 2011 aveva mostrato come la diminuita capacità di rimuovere la proteina beta amiloide dipendesse dai macrofagi (i principali artefici della rimozione dei "detriti" cellulari) ed in particolare dalla minore espressione del gene MGAT3. Dalla analisi dei valori di espressione genici fu possibile identificare tre tipi di pazienti:
  • tipo 0. Livello molto basso e conseguente  assorbimento minimo della proteina beta amiloide.
  • tipo I. Livelli bassi ma stimolabili con la curcumina.
  • tipo II. Livelli alti ma il trattamento con la curcumina abbassa l'espressione (e quindi l'assorbimento).
Si scoprì inoltre che la vitamina D3 influenzava positivamente l'assorbimento della beta amiloide.
Ora a tre anni di distanza Fiala della UCLA ci fornisce altri dati (vedi comunicazione originale).
I macrofagi purificati da campioni di sangue prelevato da PcA e da soggetti di controllo normali, sono stati incubati con la forma attiva della vitamina D3 (1a,25–dihydroxyvitamin D3, prodotta nel fegato e nei reni) in presenza o meno della curcumina. 
Questo esperimento ha portato alla scoperta di due tipi di macrofagi:
  • I macrofagi di tipo I in presenza di entrambe le sostanze mostrano una aumentata capacità di rimuovere la beta amiloide . 
  • Al contrario i macrofagi di tipo II necessitano solo del derivato della forma attiva della vitamina D3.
In entrambi i casi il meccanismo di attivazione dei macrofagi comporta l'attivazione di un canale di membrana per lo ione cloro fondamentale per il processo di fagocitosi. La curcumina funziona nello stesso modo, e sullo stesso canale, ma solo nei macrofagi di tipo I.

 La forma attiva della vitamina D3 è quindi un importante regolatore della attività macrofagica. Studi clinici potranno ora essere progettati in modo tale da usare al meglio queste informazioni meccanicistiche.

Studi indipendenti hanno confermato che i pcA con un declino cognitivo più pronunciato hanno bassi livelli nel siero della 25–hydroxyvitamin D3, indicando così una nuova strada da percorrere nella prevenzione sintomatica dell'Alzheimer nei soggetti più a rischio.

Un altro tassello è stato aggiunto.


(per le novita pubblicate successivamente a questo articolo sulla vitamina D vedi qui)


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Nota aggiunta luglio 2014 su Alzheimer e vitamina B

Il presunto beneficio della vitamina B12 per prevenire il rischio (o migliorare i sintomi) dell'Alzheimer (AD) nasce dall'osservazione che molti pazienti avevano alti livelli ematici di omocisteina e che coloro che avevano alti livelli di omocisteina erano a rischio di sviluppare in futuro la AD.
Poiché è noto che l'assunzione di acido folico e di vitamina B12 è in grado di ridurre il livello di omocisteina, si ipotizzò che l'utilizzo di questi composti potesse prevenire o migliorare i sintomi del AD.
Ma uno studio dell'università di Oxford chiude definitivamente le porte a questa ipotesi grazie ad una metanalisi di 11 studi clinici già pubblicati per un campione complessivo di 22 mila persone. Il risultato indica che è vero che questi trattamenti abbassano il livello di omocisteina ma l'impatto su rischio di AD è assolutamente trascurabile ed inferiore rispetto ai benefici di attività sportiva, vita sana e dieta bilanciata

(articolo successivo sul tema Alzheimer e vitamina B ---qui)

Fonte
Effects of homocysteine lowering with B vitamins on cognitive aging: meta-analysis of 11 trials with cognitive data on 22,000 individuals. 
Clarke R. et al. American Journal of Clinical Nutrition (2014) 100:657-66

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