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I cani e noi. L'effetto neurologico di uno sguardo

Lo sguardo e la "quiete" emozionale indotta dall'ossitocina
In un recente articolo pubblicato sulla rivista Science, il professor Takefumi Kikusui della università giapponese Azabu, ha dimostrato il potere sociale dello sguardo tra due specie diverse, l'essere umano e il cane.
La novità non sta nell'avere osservato una cosa nota da sempre, ma nell'avere analizzato la correlazione tra lo sguardo e i livelli di ossitocina, un ormone plurivalente e con un ruolo centrale nel cosiddetto bonding, cioè l'attaccamento verso qualcuno.
Sguardi prolungati tra i cani e i loro padroni producono picchi di ossitocina in entrambi, il che stimola l'attaccamento reciproco (uno stato di benessere mediato anche dall'abbassamento della pressione).
Attenzione però. Non provateci con gli animali selvatici anche strettamente imparentati con i cani. Lo stesso esperimento fatto con i lupi non sortisce alcun effetto. Il che è comprensibile in quanto i cani sono un prodotto selezionato dall'essere umano nel corso di migliaia di anni. Sebbene con finalità diverse (caccia, guardia, pascolo, compagnia, ...) il minimo comune denominatore è sempre stato il selezionare animali capaci di stare in compagnia dell'uomo. Il cane, come la stragrande maggioranza degli animali (e anche dei vegetali) allevati, è di fatto un OGM ottenuto in modo "non tecnologico".
Curiosità. Il cane geneticamente più simile all'antenato che scelse di vivere in compagna dell'essere umano lo si può trovare nei villaggi dell'Asia centrale (--> "Central Asian village dogs closest to original dogs" sul sito della Cornell University). Questo vuol dire che il processo di domesticazione è avvenuto solo in un luogo? Difficile a dirsi. Secondo uno studio pubblicato recentemente su Science in cui è stato confrontato il genoma di un cane dell'era del bronzo vissuto in Irlanda con quelle già note, è più probabile che il processo sia avvenuto separatamente in oriente e occidente (Laurent Frantz et al).
La conferma sperimentale è stata ottenuta iniettando l'ossitocina nei cani, misurandone poi la "tenuta" dello sguardo. Le femmine trattate guardavano più a lungo i loro padroni rispetto ai cani trattati con una soluzione salina. Ma c'è di più. Lo sguardo "adorante" dei cani trattati induceva a sua volta nel padrone un rilascio di ossitocina. Un rinforzo positivo, questo, già descritto nel rapporto madre e neonato (non solo negli esseri umani) la cui funzione evolutiva è proprio quella di "forzare" l'attaccamento, aumentando così la probabilità di sopravvivenza della prole (e quindi la trasmissione del proprio patrimonio ereditario).
Sebbene storicamente meno caratterizzati nel loro rapporto con gli infanti, anche i maschi non sono immuni dall'effetto dell'ossitocina (legami sociali), oltre alla più studiata vasopressina (associata all'aggressività in presenza di altri maschi).

E i gatti? 
La maggior parte dei gatti sono più propensi a tradurre il significato di uno sguardo come una minaccia più che come segno sociale, tanto che guardarli a lungo può indurre aggressività.

Sul ruolo degli ormoni nelle "problematiche" dell'attaccamento ---> "La biochimica dell'amore".
Articoli precedenti con protagonisti i cani -->  "Lo sbadiglio empatico tra noi e i nostri cani", "I cani ascoltano le parole e non solo le voci (o quasi)", "Mucche aggressive? Tenete il cane lontano",

Fonte
- Oxytocin-gaze positive loop and the coevolution of human-dog bonds
Miho Nagasawa et al, (2015) Science 348(6232)


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