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Il virus Zika e i casi di microcefalia in Brasile

Una decina di giorni fa l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che l'epidemia del virus Zika costituisce una "emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale". La dichiarazione fa seguito all'incremento inusitato di neonati affetti da microcefalia; troppi e troppo concentrati in certe aree, le stesse in cui, da circa 6 mesi, la diffusione del virus ha assunto i connotati di una epidemia. Anche la tempistica sembra deporre contro il virus; l'identificazione dei focolai epidemici si correla al momento in cui i bambini oggi malati erano feti di 3 mesi (il primo trimestre è il periodo più critico dello sviluppo).
Se a questi elementi aggiungiamo il fatto che il virus Zika appartiene alla famiglia dei Flavivirus, a cui appartengono specie virali responsabili di encefaliti negli esseri umani e microcefalia negli animali da laboratorio, allora il nesso sembra chiaro o perlomeno molto probabile. Attenzione però. Probabile non vuol dire certo! Per questo servono prove dirette di causa-effetto (vedi l'aggiornamento a fondo pagina che conferma il legame virus-alterazioni fetali).

Le prime notizie del virus Zika risalgono al 1947, in Uganda, quando venne identificato in una scimmia della locale foresta (di Zika). Il virus è rimasto da allora ai margini senza mai salire agli onori della cronaca in quanto sostanzialmente inoffensivo sia sul breve che sul lungo periodo; l'80% delle persone infettate sono asintomatiche e anche chi si ammala mostra sintomi lievi e guarisce spontaneamente in pochi giorni grazie alla "pulizia" effettuata dal nostro sistema immunitario.
Al di fuori delle americhe le scimmie in cui sono
stati identificati anticorpi contro il virus Zika sono
i macachi e i  cercopitechi.
Image credit: Nature
Il virus è veicolato dalla zanzara Aedes aegypti, nota anche per essere il vettore di virus patogeni come quello della dengue e del chikungunya. Questa zanzara rappresenta un tipico caso di adattamento all'ambiente umano, data la sua predilezione per le aree urbane e l'utilizzo come luoghi di riproduzione delle piccole sacche d'acqua presenti nei pneumatici o nei sottovasi. Il suo nutrirsi quasi esclusivamente di sangue umano e le abitudini diurne la hanno trasformata in un formidabile veicolo per la diffusione del virus nelle aree tropicali e subtropicali. 
Meno comune (ma descritto) è il coinvolgimento come vettore della zanzara tigre (Aedes albopictus), la cui tolleranza per le zone temperate potrebbe estendere il contagio oltre i confini in cui è attualmente diffuso il virus.
Nota. I casi finora accertati in Europa si riferiscono ad infezioni contratte  in sudamerica dalla madre nei primi mesi di gravidanza.
Il virus è come detto originario dell'Africa ma, in seguito al proliferare della rete commerciale si è diffuso prima in Asia e ha infine attraversato il pacifico nel 2007 con la comparsa dei primi focolai nelle aree tropicali americane.

L'esistenza di una potenziale correlazione tra infezione e rischio durante la gravidanza è passata inosservata per una serie di motivi. Prima di tutto perché le aree in cui il virus era endemico sono "ricche" di molteplici patogeni che "coprono" le tracce sommando i loro effetti nefasti. Secondo perché è probabile che l'adattamento ad un ambiente antropizzato (luoghi di riproduzione e predilezione per il sangue umano) sia comparso solo negli ultimissimi anni quando la zanzara si è trovata "ad abitare" in luoghi più densamente abitati come le baraccopoli sudamericane.

Il campanello d'allarme è suonato nell'ottobre del 2015 quando i medici brasiliani hanno rilevato una strana coincidenza tra una delle più estese epidemie di Zika e il picco nel numero di casi di microcefalia. I dati ufficiali, solo per il Brasile, parlano di un salto dai 147 casi del 2014 ai 4 mila casi sospetti negli ultimi 5 mesi.
Nota. In un comunicato emesso il 2 febbraio dalle autorità brasiliane, si annuncia di avere esaminato nel dettaglio, finora, circa mille dei 4 mila casi sospetti. Di questi, poco più di 400 sono potenzialmente correlati con l'epidemia del virus Zika.
Anche ipotizzando che i casi di microcefalia del 2014 fossero solo la punta dell'iceberg (per morte perinatale, non segnalazione ai medici, etc) e che i numeri attuali contengano anche falsi positivi, è verosimile che l'aumento del numero di casi sia pari, almeno, ad un ordine di grandezza.

E' bene sottolineare che in questa fase mancano ancora dati epidemiologici e clinici sufficientemente solidi per attribuire il giusto peso al virus Zika. Per questo servono numeri statisticamente significativi, cioè valutare la correlazione tra numero di donne gravide infette e malattia neonatale pesata su un adeguato numero di controlli nella stessa area. Sarebbe già una cosa confortante scoprire che "si, esiste una correlazione", ma è quantitativamente meno importante dell'effetto certificato del virus della rosolia responsabile durante una epidemia negli USA nei primi anni '60 di 30 mila decessi prenatali e della nascita di 20 mila bambini con menomazioni di varia natura (vedi --> sindrome della rosolia congenita, Src).
Nota. I numeri sopra riportati servono anche come memento ai troppi che parlano di inutilità dei vaccini (senza nemmeno sapere definire un virus) di quante vite abbiano salvato (o migliorato) vaccini "base" come quello fornito alle pre-adolescenti per la rosolia e quello contro il morbillo (il virus con la più potente azione immunosoppressiva tra quelli noti). Nei paesi in cui non è disponibile il vaccino, il virus della rosolia è causa ogni anno della nascita di circa 100 mila bambini malati, non trattabili (su questo blog vedi --> epidemia di morbillo).
Le prove indiziarie sul coinvolgimento del virus Zika comprendono il nesso temporale e spaziale tra infezione e malattia, i dati ottenuti sugli animali e la presenza di anticorpi contro il virus (segno di esposizione) nel liquido amniotico, nella placenta e nei tessuti fetali.

Il problema che pone il virus Zika è però più generale e si riferisce ai crescenti pericoli che la globalizzazione (intesa non solo come commercio ma come spostamento di persone - e dei patogeni associati) determina. Se prima esistevano barriere naturali e temporali che fungevano anche da quarantena oggi un patogeno (o meglio una collezione di patogeni) può coprire nell'arco di una sola notte il percorso che in altri tempi sarebbe stato possibile solo in anni e solo per le infezioni di tipo cronico (--> "il ritorno di malattie scomparse").

Il caso non è molto diverso rispetto alle problematiche emerse nel recente passato a carico del West Nile Virus (--> "WNV, una minaccia sottovalutata") e sottolinea l'importanza della bonifica dei luoghi adatti alla riproduzione delle zanzare, almeno nelle aree urbane.
Nel frattempo (la lotta contro le zanzare va avanti tra alti e bassi da anni) è stato messo a punto un test diagnostico per rivelare la presenza del virus che necessita di sole 5 ore contro i precedenti 5 giorni.
(Potrebbe anche interessarti come argomento correlato --> Ebola, il rischio della --> febbre gialla o in generale  la raccolta di articoli sul tema --> Virus). 

Fonte
- Zika virus: Brazil's surge in small-headed babies questioned by report
 D. Butler,  Nature (28 gennaio 2016)
- Proving Zika link to birth defects poses huge challenge
EC Hayden, Nature (9 febbraio 2016) 
- Zika Virus on the Move
Cell (2016) Volume 164, Issue 4, p585, 587


*** aggiornamento ***

In uno studio pubblicato online il 4 marzo sul New England Journal of Medicine, si evidenzia che il 29 per cento delle donne gravide analizzate, risultate positive al virus Zika, mostravano un'alta incidenza di morte fetale, insufficienza placentare, restrizione della crescita fetale o danni al sistema nervoso centrale del feto, compreso la cecità del nascituro.
Questo il commento degli autori reperibile sul sito della UCLA: "abbiamo osservato problemi al feto o durante la gravidanza in diverse fasi gestazionali; a otto, ventidue, venticinque o trentacinque settimane. Sebbene in molti casi il feto non mostri anomalie, il virus è capace di danneggiare la placenta e questo a cascata determina un danno fetale che può portare alla sua morte".
Lo studio è consistito nell'analisi del sangue e delle urine di 88 donne gravide che si sono presentate in ospedale a Rio (settembre 2015 - febbraio 2016) con rash cutaneo, uno dei sintomi dell'infezione del virus Zika. Invece dei classici metodi basati sugli anticorpi, i medici hanno cercato "l'impronta digitale" genetica del virus per ovviare alla cross-reattività degli anticorpi Zika e Dengue (un virus quest'ultimo simile a Zika ma endemico nel paese).
72 delle 88 donne sono risultate positive e 42 di queste si sono rese disponibili (insieme a 16 non positive) a sottoporsi ad un controllo ecografico mediante ultrasuoni. 12 di queste 42 (il 29 per cento) e zero donne del gruppo di controllo hanno mostrato anomalie fetali o placentari. Dopo il parto 6 di queste 12 donne sono tornate in ospedale per fare visitare i loro figli, immediamente diagnosticati come malati. Delle rimanenti alcune hanno dichiarato di avere subito un aborto spontaneo.
(Fonte: Patrícia Brasil et al, N Engl J Med. 2016)




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