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I figli di padri cocainomani meno predisposti a diventare dipendenti?

I figli di uomini dipendenti da cocaina hanno meno probabilità di diventare anch'essi dipendenti. Questo è quanto emerge da uno studio pubblicato su Nature (Vassoler et al.).
Attenzione però. Lo studio NON tiene conto in alcun modo dell'ambiente (quindi la parte esperienziale) in cui i figli sono immersi ma solo delle modificazioni che la cocaina induce sulle cellule germinali paterne. Lo studio si è focalizzato sugli effetti epigenetici che una assunzione continuata induce PRIMA del concepimento.
I risultati indicano che queste modificazioni esistono e rendono la progenie maschile (e solo quella) meno sensibile agli effetti (e quindi alle lusinghe) della cocaina. Semplificando equivale a dire che se un individuo non prova piacere, o tale piacere non è sufficientemente potente da indurre i meccanismi di gratificazione neurale (alla base del processo di ricerca dello stimolo in grado di indurre la stessa sensazione), ben difficilmente si creeranno le condizioni perchè possa svilupparsi una dipendenza.
Se poi l'ambiente familiare o le amicizie condizioneranno, positivamente o negativamente, l'accesso a sostanze psicotrope ... beh questo non è campo di indagine della genetica ma della sociologia.
Un punto questo ovvio per chiunque faccia ricerca ma che deve essere sottolineato più volte ai non addetti ai lavori onde evitare le polemiche pretestuose che nacquero dopo alcune dichiarazioni della Montalcini anni fa.
Il premio Nobel fece all'epoca una affermazione incontrovertibile per chiunque lavori nel campo: la genetica può aiutare a capire chi sono i soggetti predisposti alla dipendenza da droghe. Una affermazione che venne subito travisata dai tanti che di scienza parlano a sproposito come una affermazione deterministica che condanna a priori una persona. In realtà si tratta di un fatto oggettivo in quanto le sostanze psicotrope non agiscono per magia ma perché attivano ben determinati recettori e che l'affinità di tali recettori per i ligandi varia su base polimorfica in soggetti diversi. 
Questo spiega per quale motivo fra i tanti che in gioventù provano a fumare alcuni smettono in fretta in quanto "insensibili" al fascino nicotinico e altri cercano invano per tutta la vita di smettere. Quest'ultimo gruppo non è condannato a priori ma necessita di una cura e di terapie finalizzate qualora decidesse di smettere.
Una osservazione forse ovvia ma che il mantra del politically correct dei media non aiuta a diffondere.

Nota. In un articolo pubblicato su Biological Psychiatry da un team di Cambridge (qui), viene evidenziato che esiste una differenza a livello cerebrale tra coloro che usano abitualmente cocaina e ne diventano dipendenti e coloro che invece possono farne a meno. Ripeto, nonostante entrambi i gruppi siano composti la individui che ne fanno un uso continuo da anni. La differenza risiede nel lobo pre-frontale (sede della capacità decisionale e dell'auto-controllo) che appare nettamente più voluminoso nei "non-dipendenti". Sebbene sarebbe interessante valutare se tale differenza volumetrica sia pre-esistente all'assunzione della droga, rimane il fatto che come sosteneva la Montalcini esistono delle basi genetiche che spiegano chi è più a rischio di altri di diventare dipendente.


Torniamo quindi ai dati pubblicati ottenuti su animali da laboratorio. Le domande a cui l'analisi vuole rispondere sono:
  • cosa succede al genoma dei ratti che assumono cocaina in modo continuativo?
  • le modificazioni indotte sono epigeneticamente rilevanti? Se si, possono essere trasmesse alla progenie?
Ratti maschi "cocainomani" sono stati fatti accoppiare con femmine mai esposte alla droga e subito dopo separati per evitare ogni tipo di condizionamento comportamentale nelle femmine. Il ratto dipendente ottiene una dose di cocaina premendo una levetta: il contatto attiva la somministrazione automatica della droga. La quantità massima di dosi per giorno è fissa, quindi eventuali atteggiamenti compulsivi del ratto sulla levetta non si associano a dosi ulteriori se appena ricevute.
La progenie è stata quindi analizzata sia a livello genomico che comportamentale. 
Dall'analisi si è scoperto che i figli maschi di ratti maschi esposti alla cocaina diventano resistenti agli effetti gratificanti del farmaco. Più precisamente i risultati indicano che l'effetto gratificante della cocaina è significativamente inferiore tra i figli maschi - mentre nessun effetto sostanziale è osservato nei ratti femmina. Questo studio è il primo a dimostrare che gli effetti chimici dovuti al consumo di cocaina possono essere tramandati alle generazioni future
Christopher Pierce, autore principale dello studio pubblicato su Nature Neuroscience e professore associato di Neuroscienze presso l'università della Pennsylvania, afferma: "Noi sappiamo che i fattori genetici contribuiscono in modo significativo al rischio di abuso di cocaina. Tuttavia il ruolo potenziale delle influenze epigenetiche - come l'espressione di alcuni geni legati alla tossicodipendenza è controllata - è ancora relativamente sconosciuto".

L'ipotesi evolutiva correlata per spiegare questo fenomeno è più generale e si concentra su un fenomeno di desensitizzazione indotto nella progenie verso le sostanze tossiche: diminuendo la sensibilità diminuisce la tossicità correlata.
 
Cosa succede esattamente da un punto di vista molecolare? la prole di sesso maschile presenta nella corteccia prefrontale livelli aumentati della proteina chiamata fattore neurotrofico derivato (BDNF), nota per smussare gli effetti comportamentali della cocaina. 
Afferma Pierce "anche se abbiamo identificato un cambiamento nel cervello che sembra alla base di questo effetto di resistenza alla cocaina, ci sono senza dubbio altri cambiamenti fisiologici che necessitano di esperimenti più ampi prima di potere essere identificati".
I risultati suggeriscono che l'uso di cocaina provoca cambiamenti epigenetici negli spermatozoi (con conseguente riprogrammazione delle informazioni trasmesse tra le generazioni) che a loro volta si ripercuotono sulla espressione genica. I ricercatori ritengono che gli ormoni sessuali come il testosterone, gli estrogeni e il progesterone giochino un ruolo, ancora poco chiaro, in questo processo di riprogrammazione.

Sono allo studio esperimenti simili con altre sostanze ad azione psicotropa come la nicotina e l'alcol.

Articolo successivo sul tema --> "Nuove metodiche di rilevazione del consumo di cocaina"


 Fonte
 - Epigenetic inheritance of a cocaine-resistance phenotype
   Fair M Vassoler et al., Nature Neuroscience 16, 42–47 (2013)
 

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