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La biochimica dell'amore - parte 2/5

(CONTINUA DA 1)

Se si vogliono analizzare i meccanismi biologici alla base del sentimento umano dell'amore bisogna prima contestualizzarlo evolutivamente.
Negli esseri umani l'amore, nel senso comune del termine, non ha un ruolo essenziale nel processo riproduttivo. Nonostante ciò la forza di tale di sentimento è indiscutibile e dunque deve essere stata selezionata nel corso dell'evoluzione. 
I vantaggi connessi all'amore (nel senso ampio del termine) sono diversi. E' un elemento coesivo sociale e inoltre massimizza la probabilità di fare giungere all'età adulta (quindi riproduttivamente competente) la propria progenie, sia attraverso una azione protettiva diretta che garantendosi circa l'origine del DNA. Uno stimolo questo particolarmente importante per trattenere il maschio.
Insomma l'amore, o sentimenti equipollenti in animali non senzienti, come elemento cementificante.

Quale frase migliore allora per spiegare l'amore se non citando Theodosius Dobzhansky (genetista e biologo evoluzionista, 1900-1975)


Nulla in biologia ha senso se non alla luce dell'evoluzione

La vita sulla Terra è fondamentalmente sociale: la capacità di interagire dinamicamente con altri organismi viventi permette di mantenere una mutua omeostasi. Le interazioni sociali sono presenti negli invertebrati primitivi e anche tra i procarioti: perfino i batteri riconoscono e avvicinano membri della loro stessa specie e questo facilita la formazione di comunità le cui caratteristiche fisico-chimiche vanno ben al di là della capacità della singola cella.

L'esempio degli insetti sociali è un altro caso emblematico di cui ho parlato recentemente (vedi gli articoli su api e formiche). Con il termine eusociale si definisce una società caratterizzata da una complessa divisione del lavoro che come abbiamo visto è dipendente dalla epigenetica. Una struttura bio-sociale evolutasi indipendentemente (cioè su linee evolutive separate e non derivanti le une dalle altre) almeno 11 volte. Un dato che indica come la socialità sia sottoposta a pressione evolutiva in grado di indurre (l'esempio delle api è paradigmatico) una "forma accelerata di evoluzione".

Nei vertebrati i percorsi evolutivi che hanno portato dai rettili ai mammiferi hanno fatto emergere sistemi unici che hanno generato situazioni di socialità sempre più complessa. I rettili mostrano una cura parentale minima spesso limitata alla sola sorveglianza del nido. I proprietari di rettili domestici potrebbero legarsi emotivamente alla loro tartaruga o al serpente, ma il rapporto NON è reciproco. I consigli degli etologi e dei veterinari di tenere i serpenti, per quanto innocui, nel loro terrario la notte dipende dal fatto che per loro noi siamo come "rami" attorno a cui avvolgersi. Ne prede ne simili. Solo e soltanto rami.

Una situazione chiaramente diversa da quella osservabile nei mammiferi dove anche le specie non addomesticabili e tendenzialmente molto aggressive sono sensibili all'imprinting: il caso recente del rinoceronte che da adulto torna a fare visita alla famiglia adottiva affacciandosi alla finestra e che si pone placidamente alla merce dei bambini di casa è l'esempio più chiaro di questo fenomeno.

@pawnation.com (vedi QUI per le altre immagini)
Altre specie di mammiferi diversi dai primati - compresi lupi e arvicole di prateria - sviluppano rapporti anche di lunga durata e con relazioni selettive tra adulti. Anche i vitelli una volta cresciuti e tenuti liberi in campagna tendono a formare nuclei preferenziali fra fratelli della stessa "cucciolata".
Un rapporto selettivo dunque, non così diverso da quello che nell'esperienza degli esseri umani viene chiamato amore.
Queste relazioni innescano, attraverso un feedback dinamico, dei meccanismi che stimolano la maturazione dell'individuo e la sua salute. Provate a confrontare il comportamento di un cane tolto dalla cucciolata primo dello svezzamento con uno distaccato al momento "opportuno" e vedrete quanto il comportamento del primo in età adulta sarà deviante sia nei rapporti con i simili che con gli umani. La abilità sociale è fondamentale per ogni essere vivente che debba convivere anche per tempi minimi con altri individui della stessa specie. Tanto maggiore è il tempo che deve trascorrere in "compagnia", tanto più forti dovranno essere gli stimoli rinforzanti questo comportamento.
Quando un meccanismo è fondamentale, esso viene selezionato.

Naturalmente l'amore umano è più complesso di un semplice meccanismo di feedback. Questa maggiore complessità è direttamente osservabile nella struttura cerebrale umana la quale riassume perfettamente il percorso evolutivo. In altre parole il cervello di un primate, e nello specifico degli appartenenti al genere Homo, è il frutto dell'unione tra il nucleo primitivo delle zone profonde del cervello (amigdala e sistema limbico) e quelle corticali, evolutivamente recenti.
Biologicamente l'amore origina nelle parti primitive del cervello dove risiede il nucleo emotivo. La corteccia cerebrale rende consapevole questo bisogno e lo integra con le capacità evolute (il pensiero vero e proprio).
Dal contrasto fra la parte primitiva e la parte senziente originano gli atteggiamenti "non razionali", impulsivi e/o estranianti che contraddistinguono la fase dell'innamoramento. 
Il cervello di un umano innamorato è invaso da sensazioni, trasmesse dal nervo vago (da qui la somatizzazione), che tutte insieme contribuiscono alla nostra esperienza emozionale. La moderna corteccia cerebrale cerca di interpretare i messaggi primordiali e tesse letteralmente un racconto interiore basandosi sulle sensazioni viscerali. 
Un bisogno profondo viene sublimato dalla parte evoluta del nostro cervello in modo da spingerci mentalmente in quella direzione.

Le aree cerebrali attivate dal cosiddetto amore romantico sono sostanzialmente quelle che si attivano con i processi emozionali legati al piacere e alla ricompensa. Aree ad alta concentrazione di neuromodulatori come la dopamina associate al desiderio, allo stato euforico e alla dipendenza.

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 (CONTINUA qui )

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