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Visualizzazione post con etichetta Caffeina. Mostra tutti i post
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Il caffè migliora l'umore (anche quello decaffeinato)

Uno studio condotto su 31 bevitori abituali di caffè e altrettanti "astemi" si è proposto di scoprire come questa bevanda influenzi noi e il nostro microbiota intestinale.
Quando entrambi i gruppi sono stati reintrodotti al caffè dopo un periodo di astinenza, i punteggi riferiti a stress percepito, depressione e impulsività sono risultati inferiori rispetto ai controlli. Tutto questo indipendentemente dal fatto che il caffè fosse decaffeinato o standard, suggerendo che composti come i polifenoli (presenti in entrambi) e non la caffeina potrebbero esserne responsabili.

Importante sottolineare che altri dati sono difficili da interpretare. Ad esempio l'aver rilevato un notevole miglioramento nell'apprendimento e nella memoria solo in coloro che consumano caffè decaffeinato mentre la riduzione dell'ansia solo tra coloro usi al caffè normale.
In tutto questo uno dei dati più interessanti l'aver rilevato che il bere caffè ha un effetto sulla composizione della popolazione batterica intestinale (microbiota), dato rilevante data l'importanza del microbiota per il benessere fisico ed psichico (ricordo che l'intestino è considerato come il "secondo cervello" in quanto è il maggior produttore di serotonina nel corpo e questa produzione è fortemente influenzata dal microbiota)

Fonte
- Habitual coffee intake shapes the gut microbiome and modifies host physiology and cognition
Kenneth J. O’Riordan et al (2026) Nature Comm. 


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Caffè come rimedio anti invecchiamento mentale?

Il dato emerge da un recente e numericamente ampio in cui si evidenzia che l'assunzione regolare di caffeina da caffè e tè potrebbe rallentare il declino cognitivo e ridurre il rischio di demenza.

I ricercatori hanno utilizzato i dati di due studi sulla salute per monitorare le abitudini di consumo di caffeina di oltre 130.000 persone analizzate nell'arco di quattro decenni. Il dato che emerge è che bere 2-3 tazze di caffè o 1-2 tazze di tè al giorno era associato ad una marcata riduzione del declino cognitivo rispetto a chi ne abusava o ne faceva un minor uso.
Risultato che si è rivelato valido anche nelle persone con una variante genetica chiamata APOE4, nota per aumentare considerevolmente il rischio di sviluppare il morbo di Alzheimer in età precoce.

Uno studio precedente (risalente al 2019) aveva mostrato i benefici del tè contro depressione e nel rallentare la demenza

Fonte
- Coffee and Tea Intake, Dementia Risk, and Cognitive Function
Yu Zhang et al, (2026) YAMA


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La caffeina riduce il rischio Parkinson, anche nei soggetti predisposizione genetica?

Una nuova ricerca svela una correlazione significativa tra il consumo di caffeina e un ridotto rischio di malattia di Parkinson (PD) per gli individui con varianti genetiche asiatiche legate al disturbo.
Image credit: Neuroscience News

Lo studio è stato condotto a Singapore dal (locale) National Neuroscience Institute.
Una delle ragioni dello studio è che poco meno del 10% della popolazione di Singapore è portatrice di una delle due varianti genetiche asiatiche conosciute, che aumentano il rischio PD fino a 2 volte. 

L'analisi ha coinvolto 4488 soggetti divisi tra portatori della variante genica e controlli. Si tratta di uno studio osservazionale in cui è stata fatta una correlazione tra la frequenza di sintomi in funzione della quantità di caffè abitualmente bevuto; il confronto è sia interno (diverse dosi di caffeina assunta abitualmente negli anni) che con i controlli (soggetti senza predisposizione genetica alla malattia con uguale consumo di caffè).

La quantità di caffeina media assunta giornalmente dai partecipanti è stata di 450 mg, equivalenti a circa 4-5 tazze di caffè locale (per dare una idea una tazzina di espresso contiene intorno 60 mg, mentre una tazzina di Moka può arrivare a 120 mg)

I risultati indicano che il consumo regolare di tè o caffè riduce il rischio di sviluppare la malattia di Parkinson di 4/8 volte rispetto ai portatori della variante che non assumono caffeina. L'effetto protettivo sembra aumentare all'aumentare della quantità di caffeina assunta sebbene anche un consumo modesto, inferiore a 200 mg al giorno, mostra benefici (termine che, ricordo, vuol dire sintomi minori o assenti rispetto a chi non ha mai assunto caffeina).
L’assunzione di 400 mg di caffeina al giorno è considerata sicura per la maggior parte degli adulti sani. Il dato neuorprotettivo in sé non è inatteso in quanto è da tempo nota l'azione neuroprotettiva della caffeina anche nel contesto di altre condizioni neurodegenerative.

 La ragione di tale protezione sembra essere l'azione antinfiammatoria della caffeina alla base di ridotta neuroinfiammazione e morte neuronale.

Lo studio del PD è un tema di sempre maggiore importanza con l'aumento della età media della popolazione globale. Nella sola Singapore vi sono 8 mila persone affette da PD e si stima che il 26% della popolazione anziana locale presenti almeno lievi segni di parkinsonismo. 

Fonte
- Caffeine intake interacts with Asian gene variants in Parkinson's disease: a study in 4488 subjects
Yi-Lin Ong et al (2023) The Lancet (Reg Health West Pac)

Alti livelli di caffeina ematica riducono il rischio di obesità e di diabete di tipo 2?

Alti livelli di caffeina nel sangue possono ridurre il peso corporeo e il rischio di diabete di tipo 2, questo almeno si deduce da una ricerca anglo-svedese che ha correlato il livello di caffeina nel sangue e il rischio di malattie metaboliche.
Lo studio, pubblicato a marzo sulla rivista BMJ Medicine, ha anche valutato se tali effetti protettivi si associassero (proprio a causa della caffeina) a malattie cardiovascolari, fibrillazione atriale inclusa.

Studi precedenti avevano, in effetti, già mostrato che bere 3-5 tazze di caffè al giorno (ogni tazza contiene 70-150 mg di caffeina)  diminuiva il rischio di diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari. Tuttavia la maggior parte di tali studi era di tipo osservazionale, meno validi per stabilire un effetto causale a causa dell'imprecisato numero di fattori di confondimento e per la difficoltà di distinguere effetti specifici della caffeina da altri composti inclusi nelle bevande e negli alimenti.

I ricercatori hanno utilizzato una tecnica statistica chiamata randomizzazione mendeliana, che utilizza le varianti genetiche come strumento per indagare sulla relazione causale tra la presenza di uno (o più) varianti genetiche e la caratteristica da valutare.
I risultati dell'analisi hanno mostrato che una predisposizione genetica ad avere più alti livelli di caffeina ematica erano associati a un peso corporeo inferiore (BMI) e a un minor rischio di diabete di tipo 2.
Nello specifico sono state analizzate poco meno di 10 mila persone portatrici di varianti (comuni) dei geni CYP1A2 e AHR (già coinvolte in altri studi di lungo periodo), geni coinvolti nel metabolismo della caffeina.
Varianti associate a minor metabolismo della caffeina rallentano la velocità di rimozione della molecola dal sangue e questo spiega i livelli alti in assenza di una dieta appositamente arricchita di fonti di caffeina. Anzi, le persone portatrici di tali varianti genetiche bevono, in media, meno caffè, proprio perché hanno meno bisogno di "rimpolpare" la caffeina eliminata.
I ricercatori hanno anche tenuto conto di effetti protettivi indiretti sul rischio diabete della caffeina, ad esempio quelli (noti) legati alla concomitante perdita di peso tra chi fa fa più uso di caffeina. I risultati hanno mostrato che la perdita di peso è responsabile per il 43% dell'effetto della caffeina.
Dall'altra parte non sono emerse associazioni significative tra il livello di caffeina ematica (nei soggetti predisposti, NON in chi fa un uso smodato di caffè) e il rischio di una qualsiasi patologia cardiovascolare.


I risultati potrebbero (una volta validati e depurati di eventuali effetti legati alla popolazione studiata) dischiudere il potenziale di bevande contenenti caffeina ma senza calorie, come ausilio nella riduzione del rischio obesità e malattie metaboliche associate.


Fonte
- Appraisal of the causal effect of plasma caffeine on adiposity, type 2 diabetes, and cardiovascular disease: two sample mendelian randomisation study.
Susanna C Larsson et al. (2023) BMJ Medicine.

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Il cioccolato fa bene al cuore?

Nel precedente articolo si è parlato dei potenziali vantaggi di un integratore a base di cacao, fitosteroli e grassi omega-3.
Completo oggi idealmente il tema parlando del cacao e in particolare dei suoi effetti benefici sia sull'umore (innegabili) che nella prevenzione di malattie metaboliche, effetti questi ultimi a lungo ipotizzati ma mai inequivocabilmente dimostrati.

Gli effetti benefici del cioccolato (diverso dal cacao essendo il primo un derivato più o meno puro del secondo, arricchito come è di grassi e zuccheri) sono principalmente da attribuire ad un mix di polifenoli, in particolare i flavonoidi, responsabili dell'azione antiossidante. Il cacao e il cioccolato dark forniscono in una singola "dose" una quantità di tali sostanze ben superiore a quella presente in té, mele o vino rosso.
Semi di cacao
Effetti sottolineati da diversi studi epidemiologici in cui si è osservata una certa correlazione tra l'assunzione dei flavonoidi e la riduzione sia del rischio generale di patologie cardiovascolari che della mortalità ad esse associate.
Un esperimento condotto recentemente su topi geneticamente obesi alla cui dieta è stato aggiunto cacao come supplemento nutritivo (rispetto ai controlli) ha mostrato la riduzione della insulino-resistenza, un marcatore che anche negli esseri umani precede la comparsa del diabete di tipo 2. A questo studio è seguita una indagine preliminare negli esseri umani, centrata cioè su un campione ridotto di volontari, affetti da ipertensione e insulino-resistenza, che ha di fatto confermato i risultati ottenuti nei topi.
E' bene ricordare che la complessità di questi studi non è tanto da un punto di vista sperimentale quanto per l'enorme numero di variabili di cui bisogna tenere conto nella valutazione dei risultati. Il numero di soggetti da analizzare affinché la forza statistica dell'analisi sia tale da minimizzare i fattori di confondimento sottostanti (età, genetica, stato di salute, sesso, ambiente, attività fisica, etc etc) deve essere necessariamente molto alto. Soprattutto nel caso del cacao (ma anche di altri prodotti alimentari) dove non esiste una singola molecola responsabile dell'effetto cercato, ma un mix di molecole poco caratterizzate.

Una prima risposta alla necessità di studi più ampi viene dal lavoro pubblicato sul British Journal of Nutrition da un team internazionale coordinato dalla università di Warwick. Lo studio di tipo osservazionale ha coinvolto un migliaio di lussemburghesi di età compresa tra 18 e 69 anni scelti in quanto già sotto controllo medico per rischio cardiovascolare; ciascun partecipante venne invitato a compilare un questionario dettagliato sulle sue abitudini alimentari e di vita, incrociato successivamente con i risultati delle analisi di laboratorio sullo stato dei marcatori metabolici. La ragione della scelta della popolazione lussemburghese come campione d'esame nasce dalla necessità di usare un campione sufficientemente omogeneo da un punto di vista genetico e delle abitudini socio-alimentari.
L'ipotesi di partenza da verificare (o smantellare) era che i flavonoidi avessero un effetto benefico sulla sensibilità delle cellule all'insulina e/o sull'attività degli enzimi epatici.
Nota. Una precisazione per chi non fosse addentro ai metodi della ricerca scientifica e all'analisi statistica. Per verificare una teoria si parte da una ipotesi e si costruisce una serie di test per verificare la probabilità che tale ipotesi sia falsa. Nella scienza NON si dimostra mai che qualcosa sia vero ma la probabilità di sbagliarsi nel considerare una ipotesi come falsa. Può sembrare un metodo controintuitivo ma è il modo più rigoroso di procedere; la scienza non è una religione fatta di dogmi e assunzioni aprioristiche; si procede come si farebbe procedendo lungo un percorso con scarsa visibilità, tastando il terreno primo di compiere ogni svolta. Non si imbocca una strada se il terreno è cedevole anche se si è convinti di vedere qualcosa alla fine del sentiero.
Riassumendo in una sola frase i risultati dello studio si potrebbe dire che il vecchio adagio "mangiare quello che piace fa bene" ha un fondamento di verità. Nello specifico, non solo mangiare cioccolato è utile per prevenire il diabete di tipo 2  ma l'effetto è maggiore mangiandone molto.
Cosa vuole dire "molto"? Nel caso del cioccolato si parla di circa 100 grammi al giorno, di fatto una tavoletta intera di prodotto. Troppo anche per chi come me va ghiotto del cioccolato ultra-dark, quello al 99 per cento per intenderci.
Il questionario fornito ai partecipanti allo studio era particolarmente specifico nella valutazione del cioccolato consumato (sia per quantità che per tipologia) nei 3 mesi precedenti. Per quantificare al meglio la "dose" di cacao assunta (e degli eccipienti spesso molto calorici associati) venne fornito insieme al questionario un manuale fotografico con tutte le diverse tipologie di prodotti in commercio.
E qui va sottolineato un concetto importante su cioccolato (prodotto complesso) e il molto più salutare (in quanto a grassi e zuccheri presenti) cacao; non a caso quando si parla di cioccolato come antiossidante benefico nella dieta ci si riferisce non semplicemente a quello fondente ma soprattutto a quello ad alta purezza (almeno il 70 % anche se idealmente bisognerebbe consumare solo dall'80% in su e meglio ancora quelli ultrapuri ed amari al 99%). 

In effetti il valore di 100 grammi può essere fuorviante in quanto è in realtà il prodotto del metodo statistico usato dai ricercatori, la regressione multivariata. Un metodo che porta ad estrapolare il valore, teorico, associato alla massimizzazione del beneficio in base ai dati sul consumo medio dei diversi partecipanti.
Il cioccolato è sempre meno un taboo nella
dieta dei diabetici (attenzione però, si parla
sempre di cioccolato "vero" e non dei suoi
derivati ad alto contenuto di zuccheri e grassi)

Il consumo medio di cioccolato dei partecipanti era di 28,4 grammi/giorno con estremi compresi tra un minimo di 0,66 ed un massimo di 500 g/giorno (dei veri golosi questi ultimi!!). I dati sono stati normalizzati tenendo conto di stile di vita, dieta e consumo di tè e caffè (entrambi ad alto contenuto di polifenoli).
Se da una parte l'analisi dei dati ha mostrato che in effetti chi consuma cioccolata mostra una glicemia inferiore e insulina sotto controllo, rispetto a chi ne mangia poco o niente, il valore di 100 grammi al giorno viene fuori dalla analisi di regressione.

L'analisi dei dati ci porta ad altri elementi di interesse ma anche di cautela su come interpretarli. Esiste infatti una curiosa correlazione tra livello di istruzione, età e consumo di cioccolata; il fatto che le persone più istruite, non anziane e attente alla forma fisica siano anche quelle che consumano più cioccolata implica de facto l'introduzione di elementi confondenti. Il consumo di cioccolato potrebbe essere infatti "un effetto associato" al profilo di chi per caratteristiche socio-culturali e anagrafiche si tiene in forma, e non la causa prima del benessere. Vero che i ricercatori hanno tenuto conto di questo problema e lo hanno neutralizzato nella statistica ma è un dato di fatto di cui tener conto.

Saranno necessari ulteriori studi osservazionali su un numero di soggetti molto maggiore per potere giungere ad una "sentenza" definitiva. Non una sentenza di colpevolezza o beatificazione beninteso; è oramai acclarato che il cioccolato migliora l'umore e NON provoca la comparsa di brufoli, (al netto di allergie personali) e quindi non presenta sostanziali controindicazioni se si tiene conto del suo potere calorico. Rimane da capire però QUANTO faccia bene e se sia veramente utile come adiuvante in alcune malattie metaboliche.
Una considerazione quest'ultima non secondaria alla luce della sempre maggiore diffusione del diabete dell'adulto anche in quei paesi dove fino a pochi anni tale malattia era sconosciuta e dove l'alimentazione eccessiva e di uno stile di vita non proprio centrato sull'attività fisica, sta creando un cortocircuito letale insieme all'invecchiamento della popolazione.

Fonte
- Daily chocolate consumption is inversely associated with insulin resistance and liver enzymes in the Observation of Cardiovascular Risk Factors in Luxembourg study
A. Alkerwi et al, British Journal of Nutrition Br J Nutr. (2016) 17:1-8.

- What foods can help fight the risk of chronic inflammation?
University of Liverpool, news

Te e caffè scagionati. Nessun effetto deleterio sulle pazienti con tumore al seno

Te nero, caffè e mortalità per cancro al seno non sono associati

Nell'articolo pubblicato sul British Journal of Cancer dal gruppo coordinato da Alicja Wolk del Karolinska Institutet (Stoccolma), sono riportati i dati di uno studio condotto su un campione di 3243 donne con tumore invasivo della mammella, che ha indagato l'eventuale effetto dannoso di te nero e caffè nella progressione della malattia.

Premessa dello studio il fatto che sia il caffè che il te nero contengono delle sostanze naturali (oltre alle note caffeina e teobromina) potenzialmente in grado di influire sia sul rischio di sviluppare la malattia che sulla sopravvivenza dei malati. Effetti finora solo sospettati date le numerose variabili in gioco. Volendo verificare in modo statisticamente significativo l'effetto di queste bevande è stato neccessario approntare un campione adeguato, quindi numericamente rilevante, in grado di smascherare effetti minimi.
Lo studio svedese è stato condotto tra il 1987 e il 2010 nell'ambito di uno studio più ampio sulla capacità predittiva della mammografia e si è basato su questionari finalizzati a scoprire la frequenza di assunzione di particolari alimenti nel periodo in esame. Dalla analisi della correlazione tra i diversi fattori in gioco si è osservato, nel periodo in esame, che:
  • dei 973 decessi totali, 394 decessi sono dovuti al cancro.  
  • Il consumo di te nero e di caffè NON mostrava una associazione significativa con nessuna di queste morti (per cancro o generiche).
  • Le donne che consumavano più di 4 tazze di caffè (attenzione parliamo di caffè per infusione tipo americano) mostravano tuttavia un aumento del rischio relativo (minimo ma presente, HR= 1,14), rispetto alle donne il cui consumo era inferiore ad una tazza al giorno.
  • Le donne che consumavano più di due tazze di te nero al giorno hanno un rischio relativo superiore ma praticamente trascurabile (HR= 1,02) rispetto a chi non beve te nero.
  • La quantità di caffeina assunta non mostra una correlazione significativa  con il rischio di morte.
Nota. HR sta per Hazard Ratio, un parametro interpretabile come una forma di Rischio Relativo (RR). Facciamo un esempio pratico: se HR=2 per una data sostanza chimica e effetto sulla persona, i soggetti esposti hanno probabilità doppia di sperimentare l'effetto misurato rispetto al gruppo di controllo.

I dati presentati provano che il consumo di caffe e te nero non altera l'incidenza (nè in senso positivo nè negativo del tumore): in altre parole non proteggono dalla malattia né favoriscono la progressione. L'effetto minimo riscontrato è trascurabile in quanto presente solo a dosi ben superiori a quelle medie della popolazione italiana. Per capirci 5 tazze di espresso equivalgono a 2 tazze di americano, quindi il valore HR=1,14 osservabile con più di 4 tazze di caffè americano equivalgono a

4 : X = 2 : 5
X = 10 caffè espresso al giorno!!! 

Dati ben diversi da quanto osservato con il te verde, la cui azione antitumorale è nota soprattutto a livello gastrointestinale.

Altri articoli presenti su questo blog riguardo al legame tra consumo di caffè o te con la salute: Tè verde contro l'Alzheimer?; Tè con latte?; Caffè e tumore alla prostata; Te e tumore alla prostata.

Fonte
- Coffee and black tea consumption and breast cancer mortality in a cohort of Swedish women.
HR Harris, L Bergkvist e A Wolk, British Journal of Cancer (2012) 107, 874–878


Caffè e tumore alla prostata: esista una correlazione inversa?

Bere caffè è utile per prevenire le complicanze alla prostata?
Gli studi epidemiologici disponibili nella letteratura scientifica non permettono di dare una risposta certa. Qualcosa di interessante emerge però da uno studio epidemiologico pubblicato sul British Journal of Cancer da un team giapponese.
(wikipedia)
 L'analisi rientra nell'alveo degli studi epidemiologici prospettici di coorte ed è stata condotta in un distretto a nord di Tokyo dopo avere reclutato 18.853 uomini di età compresa tra i 40 e i 79 anni. Ciascuno dei partecipanti, classificato in base al consumo di caffè dichiarato, è stato monitorato per le malattie sviluppate nel corso dei successivi 11 anni (studio concluso a dicembre 2005). Di questi, 318 sono state le persone che hanno sviluppato un tumore alla prostata. 
Dall'analisi emerge una correlazione inversa, statisticamente significativa, tra il consumo di caffè e l'incidenza della patologia prostatica. In termini semplici, più caffè hanno bevuto meno problemi di prostata hanno avuto. Un dato via via più forte passando da chi beve tazze di caffè solo in modo sporadico, a quelli che lo prendono 1-2 volte al giorno fino all'ultimo gruppo che raggruppa chi ne beve almeno tre tazze.

Il tumore della prostata è il secondo tipo di cancro come frequenza di diagnosi ed è la sesta causa di morte maschile per cancro. Numeri che indicano che pur essendo un problema comune sopra una certà età (circa il 30% degli uomini lo deve affrontare), non è fortunatamente tra i tumori più aggressivi (dati del World  Health Organization, 2008; Jemal et al, 2011).

Lo studio pur interessante deve essere preso con le pinze non tanto per le metodologie usate o perchè poco affidabile. Quello che a noi interessa capire è se le sue conclusioni siano o meno generalizzabili. E questo dipende da un insieme di fattori ambientali (tra i quali dieta e presenza di inquinanti ambientali) e genetici (eventuale componente legata alla specifica composizione allelica in popolazioni, quella giapponese e quella europea, tra loro diverse). Altro elemento da considerare riguarda lo sviluppo temporale recente del consumo di caffè in Giappone; un fenomeno accentuatosi negli ultimi 20 anni con il radicamento di stili e tendenze occidentali. L'effetto indotto su una popolazione storicamente aliena al consumo di caffè potrebbe infatti essere maggiore rispetto a quello osservabile nella popolazione italiana dove il consumo è diffuso da almeno due secoli. E dove, vale la pena ricordarlo la modalità di assunzione è diversa rispetto a quella di altri paesi.
Il caffè è noto per le sue proprietà anti-ossidanti, anti-infiammatorie e anti-tumorali (proprietà riscontrate per il tumore del fegato e oro-faringeo) oltre che per i suoi effetti sul livello serico del testosterone (a sua volta in grado di influenzare il rischio prostatico).

In attesa di conferme, meglio evitare eccessi ®
 
Scrivevo all'inizio che gli studi precedenti sull'argomento non conclusivi. Mentre gli studi più vecchi, di tipo prospettico, risalenti agli anni '80 non avevano trovato associazioni, alcuni studi recenti condotti in USA e in UK (ma limitati per numero di persone reclutate) avevano mostrato un effetto protettivo contro le forme più aggressive di tumore prostatico. Questo nuovo studio permette di fare un passo in avanti.

In conclusione il dato è interessante e definisce un punto di partenza per indagini da condurre nella nostra popolazione.

Articoli correlati su questo blog

Fonte
- Coffee consumption and the risk of prostate cancer: the Ohsaki Cohort Study 
British Journal of Cancer 108, 2381-2389 (11 June 2013)



Note aggiuntive
Due articoli apparentemente contrapposti sugli effetti del caffè

  • Bere caffè, indipendentemente dalla tipologia (filtrato o meno) ha una azione benefica sul fegato sia riguardo alle affezioni croniche che cancerose (GY Lai et al, British  J. of Cancer, 2013)
  • Uno studio prospettico sul consumo di tè o caffè e tumore intestinale NON ha mostrato alcun effetto protettivo rilevante (C. Dominianni et al, British J. of Cancer, 2013).



Te e tumore alla prostata. Una relazione pericolosa o no?

I bevitori di tè sono soggetti a rischio per il tumore della prostata. Oppure no?

La frase di apertura è in effetti il messaggio che emerge da uno studio epidemiologico da poco pubblicato su Nutrition and Cancer Journal. Un messaggio facilmente travisabile da un lettore inesperto e che potrebbe ingenerare dubbi, al momento, non giustificati. L'articolo contiene infatti dei punti interessanti ma altri non sufficientemente dettagliati e da approfondire prima di lanciare un allarme generale. Troppo spesso assistiamo all'effetto megafono esercitato dai media generalisti che sulla base di un riassunto delle conclusioni di lavori appena pubblicati generano un allarmismo ingiustificato. E' un peccato perche' in questo modo si corre il rischio di delegittimare presso il grande pubblico notizie interessanti che dovrebbero essere meglio spiegate.

Torniamo quindi all'articolo il cui titolo e' traducibile in "Consumo di te e rischio tumorale in uno studio di coorte su uomini scozzesi".
Precisazione. Uno studio di coorte prospettico e' uno studio che valuta nel tempo il verificarsi di determinati eventi (morte, malattie, etc) su individui con abitudini di vita diverse (e quindi diversa esposizione a particolari sostanze). Una coorte è un gruppo di persone che mostrano una caratteristica comune o esposizione.
Nel lavoro i ricercatori del Institute of Health & Wellbeing presso l'Universita di Glasgow, hanno seguito per 37 anni 6 mila maschi scozzesi. L'analisi dei dati indica che quelli che bevevano in media almeno 7 tazze di tè al giorno avevano un rischio piu' alto (non rischio assoluto ma relativo) del 50% rispetto ai bevitori moderati (da 0 a 4 tazze di tè al giorno) di sviluppare il tumore della prostata.
Lo studio (Midspan Collaborative study) è iniziato nel 1970 raccogliendo i dati di migliaia di maschi volontari di età compresa fra i 21 e i 75 anni. A questi venne chiesto di compilare un questionario riguardo le loro abitudini generali (tè, caffè', fumo, salute generale) prima di essere sottoposti ad una visita generale.
Circa il 20 % dei soggetti vennero classificati come forti bevitori di tè. Di questi il 6,4% ha sviluppato nel corso dei 37 anni successivi un tumore alla prostata. Confrontando l'incidenza relativa del tumore nei vari gruppi, il rischio relativo nei bevitori di tè era maggiore.

Tuttavia questo dato, come ammettono gli autori, si presta a diverse valutazioni. L'epidemiologia insegna che i dati statistici devono essere interpretati ed è molto facile commettere errori grossolani per non avere saputo leggere fra le righe.
Quale è il dato che sembra emergere da questo studio? Bere tanto tè fa male. In realta' questo dato presenta dei fattori di disturbo (detti in gergo fattori di confondimento) importanti.
Ad esempio bere tè in modo continuo si associa generalmente ad uno stile di vita piu' sano. Uno scozzese teivoro è meno probabile che sia anche un forte consumatore di alcol. Questi soggetti sono quindi a minor rischio di essere sovrappeso, condizione che a sua volta esclude gran parte dei problemi metabolici e comportamentali associati all'alcol.
Quindi, se bere tè aumenta le aspettative di vita è ovvio che i soggetti piu' longevi avranno al loro interno un numero di casi con tumore alla prostata rilevante. Ricordo che nei soggetti di eta' tra 60-75 anni la frequenza di tumore alla prostata e' di 1 su 8. Quindi ci si aspetta un numero di casi di tumore alla prostata consistente per il semplice motivo che i soggetti sono oramai maschi di una certa età.
I ricercatori, che non sono dei bischeri, hanno tenuto in debita considerazione questi dati correggendo statisticamente i risultati per questi fattori di confondimento. Nonostante queste correzioni permaneva tuttavia un aumentato rischio relativo di tumore alla prostata nei bevitori di te.
Possiamo allora dire che il dato è sufficientemente forte da fare scattare un segnale d'allarme?
A mio parere no perchè il lavoro avrebbe necessitato di maggiore chiarezza in fase di progettazione. Ne riassumo alcuni di seguito.
  • Prima di tutto il te consumato è il comune tè nero e NON il rinomato il tè verde, le cui proprietà benefiche sono note (vedi in questo blog o nel sito del NIH). Una considerazione molto importante visto che la gran parte degli studi disponibili associa al solo tè verde (oltre alle varianti rosso e bianco) la benefica azione antiossidante.
  • Altro problema dello studio e' il fatto che ai partecipanti non e' stato chiesto di indicare le modalità di assunzione del tè (zucchero, latte, etc). Un problema questo non trascurabile in quanto è ben noto che l'aggiunta del latte al tè verde di fatto ne cancella le proprietà positive equiparandolo ad una bevanda qualunque.

La nutrizionista Carrie Ruxton ha per questo motivo contestato l'utilità scientifica dello studio visto che non mostra alcuna relazione causa-effetto tra il bere tè e rischio di cancro. I fattori coinvolti sono molto piu' complessi e spesso legati alla dieta e allo stress.

(Articolo successivo su "caffè e prostata")


Articolo di riferimento
Tea Consumption and the risk of overall and grade specific prostate cancer: A large prospective cohort study of Scottish Men
Nutrition and Cancer Volume 64, Issue 6, 2012 
 

Tè con latte? Meglio di no

E' domenica pomeriggio. Affrontiamo quindi un tema leggero, che ben si lega alla pausa per il di mezzo pomeriggio.
Dal momento in cui il tè sbarcò in Inghilterra una domanda cominciò ad insinuarsi nei salotti di ogni strato sociale: zucchero o latte (il limone per ovvi motivi logistici è meno radicato che da noi)?
Una domanda innocua e legata ad i gusti personali, tuttavia ... con conseguenze dirette sulla qualità della bevanda assunta.
Andiamo con ordine.
Milk or sugar ?
Accanto all'acqua, il tè è la bevanda più consumata nel mondo. Pieno zeppo di antiossidanti, vitamine e altri composti, il tè è da tempo correlato positivamente sia con una migliore funzione immunitaria che con un ridotto stress ossidativo cellulare. Un dato confermato da diversi studi e su cui ritornerò in futuro per sottolineare alcune differenze importanti fra il tè verde e quello nero.
Oltre al tè anche il cacao ed il caffè possiedono effetti positivi simili (vedi European Journal of International Medicine).
Tornando agli effetti positivi associati all'assunzione del tè ne possiamo annoverare altri quali la prevenzione della carie, il miglioramento dei livelli di zucchero ematici e chiari benefici cardiovascolari.

Qualche tempo fa alcuni ricercatori tedeschi dimostrarono (vedi The European Heart Journal) che l'aggiunta di latte priva il tè di alcuni dei suoi effetti benefici. Nello studio furono analizzati 16 adulti sani a cui venne dato da bere tè nero (il tipo di tè più comune), tè nero con una piccola quantità di latte scremato o acqua calda come controllo. Successivamente i soggetti vennero analizzati per la funzionalità cardiovascolare utilizzando diversi marcatori standard fra cui la pressione arteriosa.
Mentre il tè nero mostrava un significativo miglioramento della funzione vascolare, l'aggiunta di latte eliminava completamente gli effetti benefici del tè. Risultati simili condotti nei topi hanno di fatto confermato tali osservazioni.
La spiegazione più probabile è che le proteine del latte neutralizzino le molecole antiossidanti naturalmente presenti nel tè. Una caratteristica questa non limitata alle proteine presenti nei prodotti caseari. Si è infatti dimostrato che anche il latte di soia (quindi le sue proteine) annullano le proprietà antiossidanti del tè.
Dati analoghi sulla interazione fra latte e tè verde sono stati pubblicati quest'anno su European Journal of Nutrition.

Conclusione
Se vi piace il tè con il latte bevetene pure a sazietà. Male non farà (ma su questo ne discuterò in futuro... meglio il tè verde). Tuttavia i benefici effetti degli antiossidanti presenti nel tè saranno sostanzialmente persi.


p.s.
Critica al lavoro pubblicato: il numero di soggetti testati nello studio tedesco avrebbe dovuto essere maggiore.

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Sulle proprietà del tè verde vedi anche qui o sul sito del NIH.
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"Un libro non merita di essere letto a 10 anni se non merita di essere letto anche a 50"
Clive S. Lewis

"Il concetto di probabilità è il più importante della scienza moderna, soprattutto perché nessuno ha la più pallida idea del suo significato"
Bertrand Russel

"La nostra conoscenza può essere solo finita, mentre la nostra ignoranza deve essere necessariamente infinita"
Karl Popper