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Il reovirus tra le cause della celiachia?

La celiachia è una malattia immunomediata per cui soggetti predisposti diventano sensibili alla gliadina, una proteina del glutine presente nel grano, frumento, segale e orzo. 
Le conseguenze sono evidenti a livello intestinale (il luogo in cui la proteina presente nel cibo viene intercettata dalle difese immunitarie) con la comparsa di  sintomi che includono diarrea cronica, dolore e gonfiore addominale oltre a ritardo nella crescita nei bambini (causato da una ridotta assimilazione di nutrienti).
Non confondiamo la celiachia con l'intolleranza al glutine
Come altre patologie immuni e autoimmuni (ad esempio il diabete di tipo 1) è molto probabile che oltre ad una genetica predisponente vi sia il concorso di agenti microbici che accendono la miccia che porterà dopo un tempo variabile alla patologia. L'infezione, anche se benigna o asintomatica, è infatti sufficiente ad richiamare sul posto le cellule del sistema immunitario, programmate per usare tutto l'armamentario a loro disposizione prima per contenere "l'intruso" e infine per istruire i linfociti a riconoscere e distruggere quello specifico patogeno (mediante anticorpi o un attacco di tipo citotossico).
Il problema sorge quando "la foto segnaletica" dell'intruso (alias gli antigeni) presenta somiglianze con "dettagli" normalmente presenti nell'ospite stesso o, nel caso di allergie alimentari, con molecole presenti nel cibo. Lo "scambio di persona" induce una risposta immunitaria "gratuita" in quanto diretta verso il bersaglio sbagliato anche quando dell'intruso originale non c'è più traccia da tempo.
Nota. Il sistema immunitario è "addestrato" attraverso un durissimo processo di selezione a non attaccare le proprie cellule (self) o i microbi "amici" presenti nell'intestino. Nel primo caso questo avviene grazie ad un doppio processo selettivo (selezione positiva e negativa) che elimina già prima della nascita ogni linfocita dotato di autoreattività; nel secondo caso il processo è noto come tolleranza immunitaria e consiste nello spegnimento selettivo dei linfociti effettori della risposta, in genere quando l'esposizione all'antigene è prolungata. Se qualcosa va storto in uno di questi processi, il risultato è la permanenza di cellule potenzialmente reattive all'interno dell'organismo che aspettano solo un innesco esterno per entrare in azione. La genetica gioca un ruolo chiave in tale predisposizione e questo spiega perché solo alcune persone in una data popolazione (esposte quindi agli stessi patogeni e inquinanti) diventino diabetiche o allergiche ad alcuni alimenti. Sebbene nel pensiero comune l'aumento dei casi di allergie riscontrato negli ultimi decenni, sia collegato ad inquinanti di varia natura, è invece verosimile che tale rischio (riscontrato SOLO nelle società economicamente più evolute) sia ascrivibile ad un eccesso di sanitizzazione che fa crescere i bambini in una bolla quasi asettica, impedendo al sistema immunitario di addestrarsi e di "imparare ad autoregolarsi (--> Ipotesi dell'igiene e l'articolo precedente --> "Quando troppa igiene fa male").
Non si hanno ad oggi prove su quali siano i microbi in grado di accendere la miccia immunitaria ma gli indizi si stanno accumulando come descritto nel precedente articolo sul diabete (--> "Batteri miccia per il diabete").
Un nuovo indiziato, in questo caso un virus, è salito sul banco degli imputati con l'accusa di "concorso in celiachia". Lo studio è stato condotto congiuntamente dalle università di Chicago e di Pittsburgh e pubblicato sulla prestigiosa rivista Science.

Nello studio sono stati testati due differenti ceppi di reovirus (in grado di sviluppare una infezione blanda e asintomatica) in topi predisposti con il fine di quantificarne l'impatto sul sistema immunitario. In entrambi i casi i virus hanno indotto una immunità protettiva senza alcuno "strascico" successivo. Il risultato cambiava però usando alcuni ceppi di un comune reovirus "umano"; uno di questi ceppi induceva una risposta infiammatoria e la perdita della tolleranza orale al glutine mentre l'altro era senza conseguenze come visto con i reovirus murini.

A riprova di questi indizi, il fatto che i soggetti con celiachia presentano spesso un titolo insolitamente alto di anticorpi diretti contro i reovirus, rispetto alle persone sane (che pure hanno vissuto e mangiato le stesse cose nel tempo) e un incremento di espressione del gene IRF1, codificante per un fattore di trascrizione noto per giocare un ruolo chiave nella perdita della tolleranza orale al glutine. 
Questi dati nel complesso suggeriscono che l'infezione con un reovirus può lasciare un segno permanente sul sistema immunitario che è lo stigma per la risposta successiva al glutine.

Nell'articolo si descrive anche un potenziale fattore di rischio che potrebbe spiegare l'aumento del numero di casi nelle società industrializzate. Si tratta della fase dello svezzamento che almeno negli Stati Uniti avviene in media al sesto mese, con il passaggio progressivo ad alimenti che possono contenere glutine. In quella fase dello sviluppo, il sistema immunitario non è ancora maturo (è dipeso fino ad allora dagli anticorpi materni presenti nel latte) e questo li espone a maggiori rischi infettivi e di risposte immunitarie "anomale". Se a questo si somma la predisposizione genetica si comprende perché solo alcuni bambini diventeranno celiaci negli anni a seguire.

Lo studio è particolarmente interessante in quanto apre la strada all'idea di una vaccinazione preventiva (passiva o attiva) contro le infezioni da reovirus e rivaluta, se mai ce ne fosse bisogno, l'importanza di un sufficiente periodo di allattamento al seno.


Fonte
- Reovirus infection triggers inflammatory responses to dietary antigens and development of celiac disease
Romain Bouziat et al, (2017) Science,  Vol. 356, Issue 6333, pp. 44-50


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