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Il mito della memoria corta dei pesci vs. la loro reale capacità di memorizzare i volti

Dire a qualcuno che ha la memoria di un pesce rosso non è una attribuzione di particolari abilità mnemoniche, dato che il sottinteso è che dopo 3 secondi avrà dimenticato quanto ascoltato.

Pesce arciere (credit: Chrumps)
Si tratta in realtà di uno dei tanti miti amplificati dai media generalisti prima e da alcuni film poi, che sulla falsariga della antropizzazione del comportamento animale, omogeneizzano le diverse tipologie di memoria. Omologare il concetto di memoria come la intende l'essere umano (ad esempio la memoria episodica) a quella presente in tutti gli animali dotati di un cervello complesso è una semplificazione biologicamente fuorviante. Il semplice "ricordo" di dove trovare il cibo e di cosa evitare è presente anche nei vertebrati più semplici ma è cosa ben diversa  dalla memoria esperienziale negli umani. La memoria è alla base del processo di apprendimento e della capacità di distinguere un pericolo da una risorsa.
Certamente a fare la differenza tra noi (in quanto mammiferi) e un pesce è la presenza di novità "strutturali" come la neocorteccia (amplificata enormemente nei primati) che si innesta sul cosiddetto cervello rettiliano, sede dei processi di controllo delle funzionalità base come omeostasi e riproduzione. Il che non vuol dire che un uccello o un pesce siano incapaci di apprendere (il che implica l'esistenza di una qualche forma di memoria) ma solo che le modalità e le caratteristiche sono diverse da quelle dei mammiferi.
Nota. Esperimenti condotti sulle attitudini cognitive dei piccioni hanno rivelato che questi uccelli sono capaci di distinguere i colori e riconoscere, tra decine di fotografie, quelle che ritraggono figure umane, alberi o palazzi. I pulcini possono imparare a distinguere cibi e liquidi amari. Allo stesso modo un cane (l'animale che più di tutti è stato "plasmato" dall'essere umano attraverso 40 mila anni di selezione), pur privo della capacità di immaginare alcunché o di ricordare "ricostruendo" quanto fatto solo 10 minuti prima, è capace di imparare molto velocemente quali segnali/oggetti/azioni/etc portano ad una ricompensa o punizione (la prima per inciso ha un effetto mnemonico molto più potente) e sedimentarli nella memoria a lungo termine, processo nel quale l'ippocampo ha un ruolo centrale.
Per quanto riguarda i pesci, già in un lavoro del 2009 era stato osservato che potevano essere condizionati a rispondere ad uno stimolo sonoro, chiaro indice di apprendimento, e nello specifico imparavano ad associare stimolo ad effetto (vedi anche l'articolo --> pesci e riflesso pavloviano e --> QUI).
A completare il quadro arriva ora uno studio australiano che dimostra come alcuni pesci siano in grado di ricordare decine di facce diverse. Un risultato non indifferente se si pensa che negli esseri umani tali funzioni sono possibili grazie ad aree molto specifiche e fortemente "interlacciate" della neocorteccia e deficitarie in alcuni pazienti con lesioni di varia origine (ben descritto, tra gli altri, da Oliver Sacks, lui stesso affetto da prosopagnosia
Oliver Sacks descrive qui  l'incapacità di riconoscere i volti. Se il video non compare cliccate sul link di youtube oppure QUI.

Per evitare che il precedente paragrafo possa indurre a fraintendimenti è opportuno precisare che nel caso del pesce la capacità di riconoscere i volti è "solo" una associazione tra immagine e azione successiva, mentre il riconoscimento del volto negli umani è il risultato di una elaborazione corticale che scansiona il viso e ricostruisce una immagine, interpolando nel contempo le espressioni rilevate. Da qui si comprende quante cose "possano andare storte" in questo processo, evidente ad esempio in persone perfettamente capaci di riconoscere un volto e la persona associata ma incapaci di cogliere il significato "emotivo" delle espressioni facciali (un fenomeno comune peraltro negli autistici).
Lo studio della università del Queensland è stato condotto sui pesci arcieri, il cui nome deriva dalla loro particolare tecnica di caccia consistente nell'emissione di un violento getto d'acqua dalla bocca (che negli esemplari adulti può avere una gittata di 1,5 metri) per colpire gli insetti che sostano vicino alla superficie dell'acqua. I ricercatori hanno dimostrato che era possibile "insegnare" al pesce a sputare solo a determinate persone. Per essere più precisi i pesci sono stati capaci di memorizzare 44 facce diverse "a cui sputare", con una efficienza di riconoscimento intorno all'85 %.
E' la prima volta che tale abilità associativa e di apprendimento viene dimostrata in un pesce.

Una capacità particolarmente sorprendente se si considera che questi animali mancano delle aree cerebrali preposte a tale scopo e presenti nei mammiferi. Ricordiamo in tal senso che gli elementi comuni tra facce diverse sono molto più delle differenze, quindi la capacità "analitica" necessaria non è banale.
Le basi di questa attività associativa non sono chiarissime neppure negli essere umani, con due teorie contrapposte a contendersi il campo. La prima implica l'esistenza di una zona specializzata del cervello dotata della innata capacità di riconoscere i volti mentre la seconda sostiene che tale capacità sia appresa durante lo sviluppo. Lo studio dei pesci arcieri potrebbe ora spostare l'ago della bilancia verso la seconda teoria in quanto è estremamente improbabile che i pesci, privi come sono di neocorteccia, siano dotati di aree specializzate per il riconoscimento dei volti.


Video riassuntivo dell'esperimento condotto (credit: università del Queensland). Se non vedete il video cliccate QUI.

Fonte
- Discrimination of human faces by archerfish (Toxotes chatareus)
Cait Newport et al, (2016) Scientific Reports 6, Article number: 27523

Approfondimenti sulle differenze tra cervello umano e altri animali --> Neuroscienze.net


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