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Arrabbiarsi mette il cuore a rischio. Anche dopo che l'arrabbiatura è passata

Arrabbiarsi non fa bene
Un concetto sostanziato sia dalla nostra esperienza che dall'ampia cinematografia a riguardo in cui inevitabilmente l'esplosione emotiva del personaggio precede azioni altrimenti evitabili o malori anche fatali.

Ma per quanto l'aneddotica possa essere utile per identificare un problema, molto più utili sono i dati che provengono da studi specifici sul fenomeno. Tra questi lo studio condotto dall'università di Sidney prova che l'aumentato rischio di un attacco cardiaco non solo è un rischio reale ma che tale rischio permane nelle due ore successive alla deflagrazione emotiva.
I dati, pubblicati sulla rivista "European Heart Journal: Acute Cardiovascular Care", vengono da studi retrospettivi condotti su persone ricoverate in emergenza per problemi cardiaci e senza un storia pregressa di eventi simili. A tale scopo fu chiesto ai pazienti, come parte integrante nella anamnesi, di rispondere a domande circa eventuali esplosioni emotive (tra cui sentimenti di rabbia) nelle ore precedenti la comparsa dei sintomi cardiaci. In caso di risposta affermativa, dovevano quantificare l'entità della emozione provata assegnando punteggi tra 1 e 7. Secondo tale scala l'emozione negativa, quantificata per le sensazioni provate, assurgeva al sentimento di "rabbia" per punteggi uguali o superiori a 5. Tra i parametri chiave associati a punteggi "alti", stato di tensione corporea, lo stringere i pugni o denti, il ricordo di una sensazione di "stare per scoppiare" fino alle manifestazioni come il lancio di oggetti.
 Tra gli inneschi più comuni dell'esplosione emotiva vi sono discussioni familiari (29 per cento), discussioni con altri (42 per cento), rabbia sul posto di lavoro (14 per cento) e la classica rabbia dell'automobilista (14 per cento).
Se a questo stato emotivo si somma la presenza di uno stato di ansia allora la probabilità di un attacco cardiaco nelle due ore successive può essere fino a 9 volte maggiore rispetto a quella nei soggetti il cui punteggio era inferiore a 5.

La spiegazione fisiologica è abbastanza semplice ed è legata all'aumento di frequenza cardiaca, pressione sanguigna, vasocostrizione e alla formazione di coaguli, evento la cui probabilità aumenta con la irregolarità della contrazione cardiaca (come ben sanno le persone affetta da fibrillazione atriale). 
Attenzione, questo non vuol dire che arrabbiarsi equivale a "certezza" di evento cardiaco; all'interno del campione analizzato solo il 2 per cento aveva litigato nelle ore precedenti. Quello che varia è la probabilità che tale evento si verifichi, soprattutto se le arrabbiature sono molto frequenti o se sussistono condizioni di rischio pre-esistenti come ipertensione, colesterolo alto o l'essere fumatori.
Conoscere il rischio aggiunto che le arrabbiature comportano è solo un modo per esserne consapevoli e limitare per quanto possibile che ciò si traduca in un rischio reale. Implementare attività di autocontrollo respiratorie e cercare di pesare ogni evento per quello che è veramente (la maggior parte delle arrabbiature automobilistiche sono in effetti assolutamente risibili in quanto a motivazioni) sono metodi efficaci per minimizzare il ripetersi di arrabbiature non motivate.

Per le persone più soggette a tali scatti d'ira, tale consapevolezza dovrebbe essere un incentivo a partecipare ad attività volte a minimizzare i fattori di rischio mediante attività fisica quotidiana, una alimentazione corretta (il che non vuol dire francescana) e la riduzione, o meglio cancellazione, di abitudini deleterie come il fumo e l'alcol.

Fonte
- Triggering of acute coronary occlusion by episodes of anger
Thomas Buckley et al, European Heart Journal: Acute Cardiovascular Care, 23 Febbraio, 2015 


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