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Sui rimedi basati sulla erboristica. Naturali certo ... ma (alcuni) sono "naturalmente" cancerogeni

Sappiamo da testimonianze scritte e da ritrovamenti archeologici che gli esseri umani hanno usato per millenni le erbe sia a scopo preventivo che terapeutico. 
©wikimedia commons

Niente di male in questo, anzi, visto che è grazie ad esse che i nostri antenati hanno potuto massimizzare la loro capacità di sopravvivenza in un ambiente ostile.

Ancora oggi le erbe medicinali godono di una vasta popolarità alimentata da fattori culturali, tradizioni secolari e - soprattutto negli ultimi anni - da una fiorente industria che attraverso un marketing costante e pervasivo alimenta il la convinzione che: 
  • questi prodotti sono a basso impatto, sicuri ed efficaci, quindi vere e proprie alternative naturali ai prodotti farmaceutici; 
  • possiedono proprietà uniche che non si trovano nei farmaci; 
  • sono meno tossici e più efficaci quando usati in combinazione (principio cardine questo della medicina tradizionale cinese).
Il problema in questa narrazione è che tende ad essere assolutista centrata come è sulla distinzione tra prodotti di sintesi e prodotti naturali, cosa che non ha alcun senso aprioristico dato che come ben sappiamo non tutte le erbe hanno proprietà benigne, anzi talvolta sono mortali a dosaggi ben inferiori a quelli del più "cattivo" dei farmaci autorizzati per l'uso. Inoltre, non possiamo sapere se tutti i prodotti erboristici sono sicuri perché solo pochi sono stati studiati in modo sistematico per verificare eventuali effetti di lungo periodo come tossicità e carcinogenicità. Del resto molte delle piante usate nella medicina tradizionale sono parte dell'uso "comune" in quanto capaci di curare un raffreddore, lenire i dolori del morso di un serpente o altri problemi quotidiani e non sono certo mai stati valutati per una eventuale nefrotossicità sul medio-lungo periodo; del resto che senso avrebbe avuto quando storicamente l'aspettativa di vita è stata per millenni inferiore ai 40 anni?

Un esempio ci potrà meglio aiutare a capire le problematiche connesse.

Il caso Aristolochia
Il potente effetto tossico associato all'uso di Aristolochia è emerso solo recentemente e grazie ad alcuni studi epidemiologici, tanto che i negozi di erboristeria (online e non) hanno avvisato la clientela dei conclamati rischi per la salute associati alla pianta. Una tossicità fino a poco tempo fa ignota soprattutto perché, a causa della categoria di appartenenza, il prodotto non rientrava tra quelli passibili di controlli rigorosi come avviene per un qualunque farmaco (o anche per i prodotti alimentari). Il caso ha rinfocolato la discussione sulla necessità di regolamentare i prodotti usati in fitoterapia, almeno nei paesi sviluppati (gli unici ovviamente in cui il controllo è implementabile).
Aristolochoia arborea
(credit: Kurt Stüber/wikimedia)

I primi indizi della forte tossicità (e cancerogenicità) della Aristolochia emersero nei primi anni '90, quando in Belgio circa 100 donne, per il resto sane, svilupparono una malattia renale di rapida progressione culminante nella necessità di dialisi e trapianto. Il numero era troppo elevato per passare sottotraccia e una indagine fu attivata per capire se l'agente causale fosse di tipo ambientale (virus, contaminanti chimici, ...) o alimentare. Lo studio identificò il probabile colpevole (cioè l'unica cosa che avevano in comune le pazienti) in un prodotto erboristico finalizzato alla perdita di peso; tra gli ingredienti del preparato figurava la Aristolochia fangchi, comunemente usata tra l'altro nella medicina tradizionale cinese. Allargando il campo dell'indagine si scoprì che in totale erano 1800 le donne ad avere assunto il prodotto nell'arco nei precedenti 20 mesi. 
Sebbene la maggior parte dei soggetti non avesse manifestato effetti collaterali rilevanti, una percentuale non irrilevante delle utilizzatrici manifestò problemi renali seri, vale a dire necessitanti il ricovero in ospedale.

Jean-Pierre Cosyns, patologo presso l'Università Cattolica di Bruxelles, fu tra i primi a notare la somiglianza tra tali complicanze renali e la cosiddetta "nefropatia da erbe cinesi" (CHN) i cui effetti sul lungo periodo vedono la comparsa di carcinomi uroteliali del tratto superiore. La CHN ha inoltre similitudini con un'altra malattia renale cronica ad eziologia sconosciuta nota come nefropatia endemica dei Balcani (BEN), anche questa poi associata all'utilizzo della Aristolochia.
Nota. La scoperta della correlazione tra BEN e Aristolochia è merito di alcune osservazioni "accidentali" fatte da un microbiologo serbo che scoprì come i metodi tradizionali utilizzati per la raccolta e la molitura del grano per preparare il pane fatto in casa, facilitavano la "contaminazione" dei chicchi di grano con i semi di Aristolochia clematitis. Sulla base di questi indizi Arthur Grollman ipotizzò una correlazione tra danno renale e l'ingestione di acidi aristolochici di cui i semi di Aristolochia sono ricchi; tali acidi appartengono ad una famiglia di composti (naturali) con azione mutagena, nefrotossica e cancerogena. L'ipotesi venne in seguito confermata in laboratorio.
Un acido aristolochico
La famiglia di piante erbacee Aristolochia occupa un posto di rilievo nella storia della medicina. Fu Teofrasto (371-287 a.C), uno studente di Aristotele, a citare per la prima volta la Aristolochia clematitis, e a suggerirne il suo utilizzo nel trattamento di morsi di serpente, ferite alla testa, insonnia, stipsi, problemi all'utero ed edema generalizzato. Intorno al 70 d.C, Dioscoride redasse il trattato De Materia Medica, probabilmente il testo medico più influente dell'antichità classica dove descrisse dettagliatamente le proprietà farmaceutiche della pianta (il libro tradotto poi in latino e arabo medievale, fu uno dei primi libri stampati e venne inserito nella farmacopea di Londra nel 1618). Non solo "Europa" tuttavia dato che le descrizioni sulle proprietà della pianta erano presenti sia in alcuni trattati precolombiani nelle Americhe che in oriente, ad esempio nel Charaka Samhita (uno dei primi trattati medici ayurvedici risalente al 400 d.C. e ancora oggi in uso). Il non avere rilevato prima il potente effetto tossico di una pianta ampiamente usata nella fitoterapia non è da attribuire a "facilonerie" dei medici antichi ma all'ampio periodo di latenza tra esposizione ed insorgenza della malattia oltre che alla variabilità genetica che rende particolarmente suscettibili circa il 5 % delle persone esposte (al netto delle patologie concomitanti tipiche delle persone che vivevano nell'epoca pre-moderna).
di Tina Cecchini, Bernardo Ticli (2009)
Lo studio della BEN aprì le porte ad indagini epidemiologiche ad ampio spettro in quei paesi in cui la Aristolochia era un ingrediente diffuso della medicina tradizionale, con lo scopo di individuare le casistiche "sommerse" (ricordo ancora che non trattandosi di prodotti con tossicità acuta come i funghi velenosi, sfuggono facilmente alla individuazione, specie nei paesi con molte altre patologie endemiche). Nello specifico le indagini identificarono nei paesi asiatici una correlazione tra la frequenza di alcuni tumori e la presenza sul "mercato" di prodotti della medicina tradizionale cinese contenenti estratti della Aristolochia. Taiwan in particolare si rivelò l'area migliore di studio per la elevata frequenza dei tumori renali (altrove rari) e dove, guarda caso, tra il 1997 e il 2003,  almeno un terzo della popolazione aveva acquistato prodotti erboristici.

Gli studi successivi permisero di identificare una straordinaria correlazione tra la tipologia di alterazioni del DNA rilevate nei pazienti serbi (--> pane contaminato con semi di Aristolochia) e quelle nei pazienti asiatici; due campioni diversi per stile di vita, alimentazione e background genetico, ... ma accomunati dalla Aristolochia.
Dato confermato in seguito anche nelle pazienti belghe per le quali si poteva escludere l'aver utilizzato farine prodotte secondo il metodo tradizionale balcanico; l'unico punto di contatto (alias la fonte di acidi aristolochici) erano le componenti del trattamento dimagrante. 

Conclusione
La scoperta rinforza la necessità di quantificare gli effetti "sommersi" potenzialmente presenti nel buco nero dei rimedi erboristici tradizionali. Un campo non secondario sia per ragioni di "moda" che per il sempre maggiore interesse per eventuali molecole farmacologicamente attive presenti nelle piante da parte della big Pharma.
Un prodotto naturale derivato da una pianta non è sinonimo assoluto di benessere anche se innumerevoli sono i benefici (alimentari e non) che possiamo trovare in esse. Molte sono le molecole, peraltro molto usate, dotate di forte tossicità, come ad esempio gli alcaloidi, il cui utilizzo è divenuto possibile solo una volta compresa la loro farmacodinamica. Digossina, atropina, morfina, efedrina, nicotina, ricina, etc sono solo alcuni dei tanti composti tossici che le piante producono come difesa contro agenti patogeni e parassiti ma anche contro gli erbivori. 
Molte erbe possono contenere sostanze tossiche o cancerogene ancorché perfettamente e incontrovertibilmente naturali.
"Do you believe in magic" fornisce una panoramicasul mondo di vitamine, integratori e alle promesse mirabolanti dei venditori del "naturale".Paul A., M.D. Offit è professore di pediatria alla università della Pennsylvania

Ad oggi nella sola UE più di 1300 prodotti medicali vegetali derivati da principi della medicina tradizionale sono stati registrati in uno o più dei 28 paesi membri. Solo recentemente le autorità regolatorie hanno iniziato a lavorare sulla stesura di linee guida obbligatorie prima della messa sul mercato di rimedi erboristici; normative che imporrebbero l'utilizzo di parametri come efficacia, qualità produttiva e sicurezza così come avviene per i farmaci tradizionali. 
Una precauzione non più rimandabile dopo l'annuncio da parte di paesi africani ed asiatici di investire nella produzione ed esportazione di prodotti categorizzabili come "rimedi tradizionali".

Fonte
- Global hazards of herbal remedies: lessons from Aristolochia
Arthur P Grollman, Donald M Marcus (2016) EMBO reports, 17/619-625



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