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Quando un parassita induce il cannibalismo … nei gamberi

Il cannibalismo in ambito naturale non ha alcun connotato negativo; molti sono gli animali che lo praticano abitualmente, e in alcuni casi anche a discapito della propria progenie che si sia incautamente avvicinata al genitore. Per quanto apparentemente controproducente per la fitness di una specie (mangiare i propri pargoli non aiuta di sicuro a propagare il proprio patrimonio genetico) tale pratica ha impatto nullo, anzi favorisce la sopravvivenza dell'adulto, quando i numeri della progenie sono estremamente elevati. La capacità proliferante tuttavia tende a declinare rapidamente con la complessità dell'animale (ivi comprese la necessità di cure parentali) e questo spiega per quale ragione il cannibalismo diventi via via più raro (in quanto svantaggioso) nei vertebrati superiori.
Un esempio classico è quello del coccodrillo femmina che trasporta con delicatezza i piccoli appena usciti dalle uova nella sua bocca "trattenendosi" dall'ingoiarli; capita tuttavia nelle madri più giovani che questo controllo sia poco calibrato e i primi della nidiata non sfuggano all'istinto di essere ingoiati.

Trovo tuttavia più interessante il caso di quegli animali in cui il tasso di cannibalismo aumenta in presenza di un parassita.
Ricercatori britannici hanno scoperto che quando i gamberi d'acqua dolce irlandesi (Gammarus celticus) ingeriscono il parassita Pleistophora mulleri, il tasso di cannibalismo aumenta sensibilmente; sebbene già presente in natura come fenomeno, il parassita aumenta la voracità dei gamberi e la velocità con cui consumano il  pasto.
Credit: University Leeds
La ricerca, pubblicata nel Royal Society Open Science, quantifica in due volte l'aumento del tasso di cannibalismo dei gamberi infettati (a scapito principalmente dei giovani gamberetti). Il parassita unicellulare, appartenente al regno dei funghi, colonizza il crostaceo, in particolare le sue cellule muscolari, con milioni di cellule; poiché tutti questi funghi dipendono totalmente dalle sostanze nutritive assimilate dal gambero, la fame di quest'ultimo cresce di pari passo. Dato che l'infezione è parecchio invasiva e debilitante i gamberi diventano meno efficienti nel catturare le loro prede tradizionali e i piccoli della loro specie diventano dei pasti gratis a portata di zampe. I gamberi non infetti, pur se dediti occasionalmente al cannibalismo, sembrano disdegnare i gamberi infetti (evitando così di venire a loro volta infettati) cosa di cui non sembrano curarsi gli affamati gamberi già infetti.

Nei topi è stata descritta una situazione parzialmente simile con il toxoplasma che rende i roditori "vogliosi" di essere mangiati dai gatti (ne ho parlato QUI).
Domanda ovvia? Dobbiamo preoccuparci di situazioni simili negli esseri umani che rendano gli individui simili a zombie, affamati ma vivi, come quelli descritti nel film "28 giorni dopo"?
Fortunatamente non esistono evidenze di infezioni anche solo lontanamente simili; il virus della rabbia è l'unico che induce un comportamento solo apparentemente simile, in realtà per nulla paragonabile.

(sul tema parassiti e comportamenti anomali, potrebbe interessarvi l'articolo -->"Funghi e formiche zombie")

Fonte
-Eaten alive: cannibalism is enhanced by parasites
Mandy Bunke et al, Soc Open Sci. 2015 Mar; 2(3): 140369. 


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