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Statine, colesterolo e rischio di Parkinson. Un quadro ancora confuso

Le statine sono tra i farmaci più efficaci per la prevenzione delle patologie cardiovascolari grazie alla loro capacità di inibire la sintesi del colesterolo endogeno agendo sull'enzima idrossi-metilglutaril-CoA reduttasi.
Il livello del colesterolo ematico è la summa del colesterolo endogeno e di quello assunto con il cibo. Con la mezza età non è raro osservare un aumento del livello del colesterolo anche in presenza dieta morigerata, ad indicare una  una anomale gestione del colesterolo endogeno. In questi casi il trattamento con statine diventa un utile strumento di prevenzione. Il che ovviamente non autorizza a cambiare la dieta in peggio.
Ma se le proprietà delle statine sono indubbie altrettanto noti sono gli effetti collaterali che a tale trattamento possono associarsi e che il medico curante deve valutare in modo da massimizzare l'efficacia minimizzando, dove presenti, gli effetti non voluti. Questo è il motivo per cui l'inizio del trattamento con le statine, che ricordo deve essere portato avanti per gli anni a seguire, viene solo in seguito alla decisione del medico (per ulteriori informazioni --> farmacovigilanza.org).

La cautela è quindi d'obbligo (come deve essere per ogni molecola ad azione farmacologica) e lo è ancora di più quando alcuni studi hanno fanno balenare l'ipotesi di un potenziale effetto protettivo delle statine contro il rischio del morbo di Parkinson.
RIPETO. Si trattava SOLO una ipotesi basata su dati preliminari. Giusto per capirci è stato lo stesso Xuemei Huang, autore dello studio che aveva indicato tale possibilità (sostanziata poi da da altre ricerche indipendenti) a frenare ogni entusiasmo dopo aver revisionato i dati.
Nota. L'analisi dei dati ottenuti durante una sperimentazione clinica è un processo molto complesso che spesso necessita di anni, cioè dopo che si sono accumulati dati a sufficienza o dopo la valutazione di parametri prima considerati secondari. Non si tratta quindi di faciloneria nell'analisi ma di un processo. L'onestà intellettuale di uno scienziato (a differenza di tanti praticoni) si esplicita nel suo rivalutare i dati, accettare le critiche circostanziate e aggiornare o confutare la sua stessa ipotesi.
Nel dettaglio, quello che si è scoperto dopo avere raccolto molti altri dati metabolici sui pazienti testati è che in realtà l'elemento protettore non sono le statine ma … il colesterolo !!
In altre parole usare le statine NON riduce il rischio di sviluppare la malattia di Parkinson.
La malattia di Parkinson (PD) colpisce circa 5 milioni di persone in tutto il mondo e il numero è destinato a salire vertiginosamente con l'aumentare della percentuale di persone anziane anche nei paesi in via di sviluppo, posti in cui per ovvie ragioni tale malattia era fino a poco tempo fa sconosciuta. Sebbene la causa prima del PD sia sconosciuta quello che è certo è le aree cerebrali colpite sono quelle ricche di neuroni che producono dopamina. Con il progredire della lesione, la capacità di compensazione cerebrale dei danni viene meno e cominciano così a manifestarsi i tipici sintomi del Parkinson. Per avere una idea della capacità del cervello di compensare deficit locali pensate che devono morire il 90 per cento (!!!!) dei neuroni dopaminergici della substantia nigra prima che compaiano i sintomi del Parkinson. D'altro canto questo indica che quando i sintomi compaiono il danno è già molto esteso e quindi (al momento) difficilmente trattabile.
Nel nuovo studio Xuemei Huang e i colleghi del National Institute of Environmental Health Sciences, hanno messo assieme due dati contrastanti presenti nella letteratura scientifica:
  1. alti livelli di colesterolo nel sangue si correlano ad una minore incidenza di PD;
  2. soggetti sotto trattamento con statine si ammalano meno di PD.
Due dati chiaramente conflittuali.
La soluzione del dilemma venne dopo che ci si accorse che dei soggetti analizzati nel punto 2, non si era tenuto conto del livello del colesterolo PRIMA dell'inizio che iniziassero il trattamento con le statine.
Allo scopo di avere dati sufficientemente solidi su tale punto, gli autori hanno preso in esame i dati clinici già disponibili raccolti nell'ambito di uno studio pluridecennale ("Atherosclerosis Risk in Communities study") iniziato prima che le statine diventassero i farmaci classici. Correlando questi numeri con la incidenza di PD nella popolazione, Huang ha potuto così ricavare dei numeri statisticamente solidi che mostravano che alti livelli di colesterolo "cattivo" (LDL) e di quello totale abbassavano il rischio PD.
Questo spiega il motivo per cui le statine sembravano proteggere dal Parkinson.
Chi prende le statine?
Ovviamente, chi ha alti livelli di colesterolo. Da qui la confusione tra effetto delle statine ed effetto del colesterolo che le statine devono normalizzare.
Non stupisce allora che guardando questi studi sotto questa nuova prospettiva le statine potrebbe avere un effetto opposto aumentando il rischio di PD.
ATTENZIONE. Questo NON VUOL ASSOLUTAMENTE DIRE che le statine siano deleterie. Ogni farmaco deve essere valutato per un rapporto benefici/effetti collaterali. Le statine hanno una azione indubbiamente positiva nel ridurre il rischio di problematiche vascolari e ictus; tale vantaggio in termini di minore morbilità e di aumento della sopravvivenza è nettamente superiore al rischio aggiuntivo di sviluppare il PD.
Il punto chiave è un altro e riprende quanto già scritto in precedenza: i farmaci vanno usati con cognizione di causa, quindi quando il rapporto rischio/beneficio è basso.
Il numero di persone salvate con le statine è indubbio. Compito del medico è individuare chi siano le persone che possano beneficiare maggiormente del trattamento con statine ed evitare di fare trattamenti quando non necessario (vale a dire quando i vantaggi sono infinitesimi rispetto ai fattori di rischio aggiuntivi).
Per intenderci, non ha alcun senso per un trentenne (a meno che non soffra di ipercolesterolemia famigliare) iniziare a scopo preventivo la terapia a base di statine. Stesso dicasi per un cinquantenne con valori di colesterolo nella norma (vedi tabella su livelli ottimali, pesati per fattori come fumo, pressione ed età).
Per un calcolo del fattore di rischio fare riferimento allo strumento fornito dall'Istituto Superiore di Sanità (-->qui)
L'utilizzo improprio delle statine non è un problema secondario, dato il connubio deleterio tra interessi commerciali da una parte e un salutismo diffuso (ma troppo spesso privo di conoscenze adeguate) che si traduce in trattamenti altrimenti procrastinabili al futuro. Solo negli USA sono 43 milioni le persone che usano le statine e il numero supererà i 56 milioni nei prossimi anni. Le nuove linee guida (criticate da alcuni) raccomandano l'uso di statine anche ad alcuni pazienti senza colesterolo alto, quando siano presenti altri fattori di rischio per le malattie cardiache e ictus.

Chiudiamo con una domanda.
In che modo il colesterolo conferirebbe protezione contro il PD? E' possibile ad ora solo formulare ipotesi. Il livello di colesterolo ematico non si riflette nei colesterolo cerebrale e quindi ridurre i livelli ematici potrebbe avere conseguenze non prevedibili nel cervello. Del resto il coenzima-Q10, prodotto nello stessa via metabolica del colesterolo, ha un ruolo chiave per aumentare la produzione energetica delle cellule, fondamentale per cellule energivore come i neuroni. Una ipotesi è che riducendo la quantità di colesterolo prodotto anche il Q10 possa calare e questo si ripercuota sulla capacità dei neuroni di resistere agli stress metabolici. E' solo una ipotesi ma vale la pena ricordare il vecchio detto che "ciò che è buono per il cuore [necessariamente] buono per il cervello".


Fonte
- Statins, plasma cholesterol, and risk of Parkinson's disease: A prospective study
X. Huang et al, Mov Disord. 2015 Jan 14

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