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La dieta basata sul gruppo sanguigno non è scientificamente fondata ...

... e se per quello nemmeno la cosiddetta paleo-dieta (la dieta dei cavernicoli?!)


Tra le diete in voga negli ultimi anni la cosiddetta dieta del gruppo sanguigno è quella che ha avuto un seguito per me inspiegabile scientificamente. La teoria che la supporta, proposta anni fa da un naturopata americano, Peter D'Adamo, ipotizza l'esistenza di una correlazione evolutiva tra ciascun gruppo sanguigno e una dieta specifica. Una teoria che ha fatto vendere milioni di copie di libri all'autore.
L'idea mi è sempre parsa "curiosa" dato che si fonda su una combinazione di dati reali e di estrapolazioni dubbie.
Prima di passare alla teoria proposta da D'Adamo riassumiamo brevemente le differenze ematiche che esistono nella specie umana.
Forse stupirà molti scoprire che, dall'analisi del sangue condotta su un campione significativo di individui, sono stati identificati circa 270 antigeni diversi riconducibili a 30 gruppi sanguigni. Un antigene è una sostanza (non necessariamente proteica) che può essere riconosciuta come aliena dal sistema immunitario e contro la quale viene scatenata l'offensiva immunitaria. Una reazione ben nota nei casi di rigetto dei trapianti o, situazione più interessante per il tema oggi affrontato, in seguito a trasfusione di sangue tra soggetti non compatibili.
I gruppi sanguigni principali, quelli più in grado di attivare una risposta immunitaria importante (oltre ad essere più diffusi nella popolazione), sono quelli che rientrano nei due sistemi a tutti noti: il fattore Rhesus (Rh positivo/negativo) e il sistema AB0.
Tra i due è il sistema AB0 quello che D'Adamo ha usato per elaborare la sua teoria. 
Essere dotati di un gruppo sanguigno A, B, AB o 0 è il risultato della combinazione allelica posseduta del gene AB0, un gene codificante per una glicosiltransferasi, un enzima implicato qui nella modificazione di un glicano posto sulla membrana plasmatica degli eritrociti. A causa della mutazione nella guanina-258 il gene dell'allele 0 codifica per una proteina tronca priva di attività enzimatica. Gli alleli A e B hanno invece alterazioni che conferiscono attività enzimatiche specifiche, la A in grado di aggiungere N-acetilglucosamina al fucosio mentre il B aggiunge il galattosio. 
L'allele 0 è recessivo, come tipico delle mutazioni "loss of function" mentre A e B sono co-dominanti. Da qui il fatto che un soggetto con gruppo 0 sia per forza dotato dei due alleli 0 mentre, ad esempio, il B possa avere sia la combinazione B/0 che B/B.
Come evidenziato nella figura sotto gli individui con gruppo 0 hanno in comune con gli altri gruppi la struttura glucidica di base non essendo in grado di fare aggiunte. Ovviamente entrambe le modificazioni aggiuntive sono presenti nel gruppo AB.
Le modificazioni glucidiche presenti nei diversi gruppi sanguigni
Ciascuno dei principali gruppi sanguigni può a sua volta essere suddiviso in altri sottotipi. Ad esempio i due alleli più comuni dell'allele 0 sono lo 01 e lo 02, il gruppo A ha 20 sottogruppi, etc ma questo ha un impatto relativo nelle trasfusioni; per questo motivo la tipizzazione del proprio gruppo è generalmente limitata al Rh e al gruppo generale AB0.
Per spiegare il rigetto immediato associato ad una trasfusione di sangue errata, bisogna ricordare che abbiamo anticorpi diretti contro le modificazioni in noi non presenti. Quindi, una persona con gruppo 0 avrà anticorpi contro le modificazioni presenti nei gruppi A e B. La domanda ovvia è allora come mai abbiamo già anticorpi pronti ad agire contro molecole che in teoria non abbiamo mai incontrato prima (il rigetto avviene infatti indipendentemente dal fatto che in passato ci sia stata una analoga trasfusione errata).
Il motivo è legato al fatto che nei primi mesi di vita, in seguito all'esposizione del corpo a sostanze esogene (dal cibo ingerito ai batteri con cui entriamo in contatto) contenenti molecole con le modificazioni sopra menzionate si sviluppa una risposta anticorpale che rimarrà con noi per tutta la vita. O meglio, si sviluppa solo nei soggetti che sono privi delle molecole "scatenanti" la reazione. In altre parole un individuo del gruppo B non svilupperà anticorpi contro le modificazioni legate all'aggiunta del galattosio; questo perchè durante la fase di maturazione del sistema immunitario nel timo si ha la eliminazione di ogni linfocita potenzialmente in grado di riconoscere il cosiddetto self; passo fondamentale per evitare fenomeni di auto-reattività.
Ricapitolando avremo allora che mentre gli individui del gruppo 0 sviluppano anticorpi anti-A e anti-B, i soggetti B hanno anticorpi anti-A e i soggetti A al contrario anticorpi anti-B. Chiaramente gli individui con gruppo AB mancano di entrambi questi anticorpi.

Da qui il motivo per cui le persone con gruppo 0 sono da un punto di vista trasfusionale donatori universali ma possono ricevere solo sangue 0 mentre i soggetti AB sono accettori universali ma possono donare solo a soggetti AB.

Comprese le basi fondanti il sistema AB0, passiamo alla dieta dei gruppi sanguigni cercando di capire per quale motivo il gruppo sanguigno AB0 posseduto sia considerato "dieteticamente" rilevante. In sintesi i punti salienti la teoria sono:
  • Gruppo 0 viene associato agli antenati cacciatori e quindi ad una alimentazione tipica di un carnivoro, in cui la massa muscolare e la piena disponibilità energetica sono essenziali. Ecco quindi il consiglio di privilegiare cibi proteici (uova, carne e legumi) ed evitare farinacei
  • Gruppo A sarebbe invece l'emotipo comparso con la fase agricola (circa 10mila anni fa). Questi individui dovrebbero quindi privilegiare una dieta vegetariana,
  • Gruppo B è associato alle popolazioni nomadi, basate sulla pastorizia (migrati dall’Africa circa 15 mila anni fa). Sono gli unici a cui, secondo D'Adamo, è concesso inserire nell'alimentazione i latticini.
  • Gruppo AB è il più moderno e alle persone AB viene consigliato un regime alimentare onnivoro. Un menù a metà strada tra i precedenti.
Uno dei punti salienti questa teoria è nella scoperta, risalente a più di una decina di anni fa, che le modificazioni prima descritte presenti sugli eritrociti sono presenti anche sulle cellule dell'epitelio intestinale. Altro punto importante, l’attività di alcuni enzimi digestivi varia in base al gruppo sanguigno di appartenenza. 
Da qui la teoria che per evitare problemi allergici o di scarsa assimilazione bisognasse adeguare la propria dieta al proprio gruppo sanguigno.

Ora, questo mix tra dati di fatto e ipotesi alimentari non può non lasciare perplessi in quanto confonde un regime alimentare basato sulle caratteristiche di vita (quindi forzato dato che i supermercati e il veganesimo erano di là da venire) con  esigenze alimentari specifiche. Un pescatore non privilegiava il pesce rispetto ai farinacei in quanto salutare ma perché, in assenza di scambi commerciali, mancavano i farinacei. 
Inoltre l'eventuale predominanza di un dato allele AB0 in popolazioni con certi "obblighi" dietetici legati alla geografia del luogo abitato, è molto probabilmente il risultato di un "effetto del fondatore" e/o bottleneck di popolazione più che  al fatto che un dato gruppo sanguigno si sia rivelato più di adatto di un altro al regime alimentare "imposto" dall'ambiente.

Sarebbe curioso del resto pensare che tutte le popolazioni vissute dei prodotti ittici per centinaia se non migliaia di anni abbiano evoluto un adattamento alimentare tale da richiedere le proteine del pesce ed essere intollerante a prodotti estranei alla loro "storia evolutiva" come quelli derivati dalle farine vegetali.
Che esistano esigenze alimentari specifiche per ogni animale è indubbio (un carnivoro non può ruminare quindi, con buona pace di alcuni animalisti, non potrebbe vivere mangiando erba nemmeno se "volesse"), che il gruppo sanguigno sia l'elemento che identifica le necessità alimentari è tutt'altro discorso.
Distribuzione frequenze allele A (©wikipedia)
Distribuzione frequenze allele B (©wikipedia)
Distribuzione frequenze allele 0 (©wikipedia)
Dalle figure sopra riportate è possibile visualizzare la frequenza degli alleli determinanti il gruppo sanguigno AB0. Quello che salta immediatamente all'occhio è la omogeneità nella distribuzione dei diversi alleli nell'Europa occidentale. Una conseguenza legata ad una certa uniformità genetica più che ad una uniformità alimentare o, come vorrebbe la dieta dei gruppi sanguigni, all'esistenza di una selezione in grado di favorire diete "sangue"-compatibili.

Altro elemento fondante questa dieta ha a che fare con le lectine (da non confondere con la lecitina, un emulsionante importante per la salute cardiovascolare), proteine presenti in numerosi alimenti, dai vegetali ai latticini, in grado di legare i carboidrati. Proteine centrali nei processi di riconoscimento cellulare, sfruttate tra l'altro da numerosi virus per identificare la "corretta" cellula bersaglio. Secondo D'Adamo ogni persona, in relazione al suo gruppo sanguigno, mostra intolleranze per alcune lectine, in quanto queste, una volta introdotte nell'organismo attraverso l'alimentazione, sarebbero in grado di attaccare il corpo favorendo processi di agglutinazione.
Un esempio di alcune delle lectine presenti sulle membrane cellulari
(© Figdor CG et al, Nat Immunol, 2002)
L’idea quantomeno curiosa è che queste lectine possano essere incompatibili con il gruppo sanguigno e scatenare quindi intolleranze. Una ipotesi contraddetta dal fatto che la sensibilità al glutine e la celiachia sono distribuiti similmente, fatte le debite proporzioni, tra i gruppi 0, A, B e AB.
Si è partiti quindi da dati veri (presenza delle stesse glicoproteine su eritrociti ed enterociti) per estrapolare conclusioni non supportate da studi.
La verità è che, rimanendo al caso delle lectine, sebbene queste molecole si trovino in tantissimi cibi, le persone intolleranti ad esse lo sono solo per alcuni cibi; segno che i fattori in gioco, genetici o meno, sono altri e più complessi.

Volendo analizzare invece la presunta correlazione tra gruppo sanguigno e "comportamento ancestrale" (cacciatore vs agricoltore ad esempio) c'è da dire che altri sono i fattori evolutivi, legati alla fisiologia dell'alimentazione, che hanno operato sulle diverse popolazioni primo tra tutti il mantenimento della tolleranza al lattosio nell'adulto.
Il lattosio, il carboidrato più comune nel latte, è un disaccaride composto da glucosio e galattosio non assorbibile di per se dalle cellule intestinali. Perché ciò avvenga il lattosio deve essere scisso nelle due unità fondamentali; una operazione svolta dalla lattasi, un enzima la cui produzione cala sensibilmente con il passaggio alla fase adulta. In assenza dell'enzima il lattosio ristagna nell'intestino e diventa fonte nutritiva per i batteri che lo metabolizzano. Da qui la sensazione di gonfiore, fastidio e i problemi intestinali evidenziabili quando un adulto intollerante (NON allergico che è un'altra cosa) beve latte.
Percentuale di intolleranti al lattosio nella popolazione (courtey of foodbeast.com)
Da un punto di vista evolutivo la diminuità espressione del gene della lattasi nell'adulto è "irrilevante", quindi non soggetta a contro-selezionata, in quanto le fonti alimentari sono diverse negli infanti e negli adulti. Una caratteristica vera tanto nei mammiferi in genere (siano essi carnivori o erbivori) quanto nei primati in particolare. Diverso è il caso per quelle popolazioni che hanno fatto della pastorizia il proprio elemento di sostentamento; in questo caso la pressione selettiva ha indubbiamente favorito il mantenimento della capacità di digerire il latte anche in età adulta.
No-lattasi = meno cibo disponibile = minore probabilità di sopravvivenza propria e della propria progenie.

Torniamo ai gruppi sanguigni e all'idea di una correlazione tra dieta e alleli AB0. La frequenza relativa di questi alleli varia moltissimo tra le diverse popolazioni, senz’alcun collegamento con il tipo di dieta seguita durante l’evoluzione. Si tratta più che l'altro della distribuzione allelica tra i fondatori di ciascuna popolazione. Da questa semplice considerazione il fatto che i geni dei diversi gruppi sanguigni non hanno subito una pressione selettiva tale da indurre una "alimentazione etnica". Quel che è successo nel corso dell’evoluzione, invece, è che si sono affermate in seguito all’avvento di agricoltura e pastorizia mutazioni vantaggiose, come la tolleranza al lattosio, che ha permesso, a chi ne è portatore, di metabolizzare lo zucchero del latte anche in età adulta.

La dieta basata sui gruppi sanguigni non ha basi scientifiche quindi? Come detto prima si è partiti da dati reali per ottenere conclusioni non validate scientificamente, alquanto improbabili da un punto di vista logico e potenzialmente dannose da un punto di vista medico. Dannose in quanto consigliano i fruitori di tali diete di adeguarsi per un tempo indefinito a diete sbilanciate: ricche di proteine in alcuni, solo vegetariane in altri e tutte, tranne quelli con gruppo B, prive di latticini.
Vero che si consigliano integratori vari la sostituzione dei latticini con latte di capra, tuttavia lo sbilanciamento rimane.
Altre critiche metodologiche (e di risultati) arrivano da articoli pubblicati su importanti riviste scientifiche. 
  • Tra questi nel 2013 una meta-analisi pubblicata sull'American Journal of Clinical Nutrition che riporta la più aggiornata ed estesa review degli studi finora condotti. Da questo studio comparativo non emergono dati in grado di supportare i benefici promessi da questa dieta.
  • Un altro studio, pubblicato su PLoS One da un team della università di Toronto, ha dimostrato la fallacia della teoria che sostiene che le esigenze nutrizionali di un individuo variano in base al tipo di gruppo sanguigno. Nello studio sono stati reclutati un migliaio di persone, giovani e adulti sani, che hanno fornito informazioni dettagliate sulla loro dieta abituale. A ciascuno di loro è stato quindi prelevato del sangue sia per le analisi metaboliche standard che per la analisi del DNA. La correlazione tra tipo di dieta, marcatori metabolici e gruppi sanguigni ha dato risultati pressoché nulli; ad eccezione ovviamente del ben noto legame tra dieta e metabolismo. Il gruppo sanguigno non fornisce alcuna informazione aggiuntiva.
Questo non vuol dire che non esiste una correlazione tra patrimonio genetico (e quello della nostra flora intestinale) e dieta ideale. Un campo di studio coperto dalla nutrigenomica e dallo studio del microbioma, rispettivamente.
La nutrigenomica è una branca della genomica che si occupa di comprendere gli effetti del cibo (e dei suoi componenti) sull'espressione genica. Una disciplina alquanto interessante ma, al momento solo per addetti ai lavori. Le uniche informazioni utilizzabili dal grande pubblico sono quelle relative alla intolleranza al lattosio o la predisposizione alla celiachia, entrambe diagnosi ottenibili con la semplice osservazione senza bisogno di test genetici. Siamo ben lontani dalle promesse di chi vuole vendere un kit genetico per indirizzarvi su una dieta fatta su misura per un dato genotipo. L'interesse di questo campo è alto ma limitato alla ricerca biomedica.
Il microbioma, cioè la caratterizzazione delle popolazioni microbiche che ospitiamo nel nostro apparato gastrointestinale, è ancora più importante. Sono ben noti gli studi che hanno permesso di correlare obesità e sindrome metabolica con un dato profilo microbiomico.

***

Un ultimo appunto sulla paleo-dieta, di cui ho scoperto l'esistenza poco tempo fa.
Già il nome la dice lunga sulla sua scientificità (dieta del paleolitico alias dei cavernicoli) ma pensare che qualcuno abbia pensato che minimizzare i carboidrati (e su questo si può discutere) e aumentare i grassi fosse la strada giusta utile per dimagrire mi ha lasciato perplesso. Ma dato che non bisogna mai porre limiti alla credulità dei fan delle leggende metropolitane, i ricercatori della università di Melbourne hanno ritenuto il caso fare uno studio serio per testare gli effetti di tale dieta. I risultati sui roditori sono chiari: non solo la dieta non funziona ma può causare problemi alle persone con disfunzioni metaboliche pre-diabetiche (quindi asintomatici) e poco propensi all'attività fisica.
I test sono stati condotti sui topi divisi per gruppi in funzione del tipo di cibo fornito (dieta con il 20 o il 60 per cento di grassi) per 8 settimane. I topi sottoposti alla paleo-dieta sono aumentati di peso (15 per cento) e hanno raddoppiato la loro massa grassa.
Per ulteriori informazioni rimando allo studio pubblicato sulla rivista Nutrition & Diabetes (Andrikopoulos et al, febbraio 2016).



Fonti
- ABO Genotype, ‘Blood-Type’ Diet and Cardiometabolic Risk Factors
Wang J et al, PLoS One. 2014 Jan 15;9(1)

- Blood type diets lack supporting evidence: a systematic review. 
 Cusack L et al, Am J Clin Nutr. 2013 Jul;98(1):99-104

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Sempre in ambito alimentazione e genetica potrebbe interessarti in questo blog articoli su:
- gusto e genetica (qui)
- difetti della teoria dieta ipocalorica e longevità (qui)
- i rischi legati al fruttosio (qui)
e in genere quelli raggruppati nel tag (a destra) "alimentazione"

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