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Il difficile equilibrio tra creatività e disturbo mentale

(articolo precedente sul tema "intelligenza" --> QUI

 ***

Pensare fuori dagli schemi è il paradigma di chiunque si caratterizzi come un innovatore nelle arti e nei mestieri. Una caratterizzazione a volte così marcata da generare lo stereotipo dello "scienziato pazzo" o dell'artista "strambo", persone talmente prese dalla loro opera da dimenticarsi del mondo circostante. Non è raro invero imbattersi in artisti (termine qui usato nel senso letterale del termine, chi pratica le ars e svolge quindi attività creative) il cui comportamento supera il confine del peculiare per sforare nel patologico.
(®Dreamstime)

Un dato confermato, numeri alla mano, da una ricerca pubblicata da un team svedese sul Journal of Psychiatric Research. Secondo lo studio, le persone impegnate in professioni creative (ivi compresi noi ricercatori) hanno una incidenza di disturbi mentali, come disturbo bipolare e schizofrenia, superiore alla frequenza media osservata nella popolazione generale. In particolare sembra che tra l'essere scrittori e soffrire di schizofrenia il legame non sia propriamente casuale.
Diciamocelo, il dato in sé non stupisce più di tanto, complice l'immagine dello scrittore alienato immerso in un mondo fittizio il cui comportamento precipita nella follia (uno su tutti il protagonista di Shining, interpretato al cinema dal magistrale Jack Nicholson). Posso altresì testimoniare una uguale presenza di soggetti "curiosi", in alcuni casi francamente alterati, tra i ricercatori che ho conosciuto in questi anni; alcuni dei quali senza dubbio geniali e veri innovatori.
Tornando all'ambito artistico, Van Gogh e Cimabue sono due esempi ben noti anche al grande pubblico. Trovare un artista innovativo con un comportamento nella norma ("normale" è un termine ovviamente inutilizzabile per descrivere le molteplici sfumature del comportamento umano) è più difficile.
Ma forse per comprendere l'associazione bisogna ribaltare la prospettiva, "Creo appunto perchè il soffrire di alcuni disturbi mi rende più facile il pensare oltre gli schemi".

Non voglio approfondire qui la relazione tra arte e follia. Esistono siti e libri molto ben fatti sull'argomento in grado di fornire un quadro ben più esaustivo di quello che le mie competenze sull'argomento permetterebbero (vedi note a fondo pagina).

Genio e follia
Mi interessa oggi riportare le conclusioni a cui sono giunti i ricercatori del Karolinska Institutet di Stoccolma, al termine di uno studio su un campione di svedesi estremamente ampio, pari a circa 1,2 milioni di persone. Considerando i controlli (in genere almeno uguali in numero rispetto ai casi) necessari per dare validità statistica all'analisi, il numero di individui inclusi nello studio rappresenta la gran parte della popolazione svedese!!
Ma procediamo con ordine.
Si è partiti con l'analizzare, con garanzia di anonimato e di non rintracciabilità a partire dai dati aggregati, le persone impegnate in attività creative valutando la presenza, in essi e nei familiari fino al secondo grado, di disturbi schizoaffettivi come depressione o ansia, abuso di alcol o droghe, autismo, sindrome da iperattività (ADHD), anoressia nervosa e autolesionismo.
Il tutto stando bene attenti a includere non solo i soggetti ospedalizzati ma anche quelli curati in remoto.
I risultati odierni sommati a quelli di uno studio precedente più  circoscritto indicano che alcune malattie mentali - ad esempio il disturbo bipolare - sono più frequenti tra le persone che svolgono attività creative come ballerini, ricercatori, fotografi e scrittori. Gli scrittori in particolare oltre ad una maggiore incidenza di schizofrenia, depressione, ansia e abuso di sostanze, hanno quasi il 50 per cento di probabilità in più di commettere suicidio rispetto alla popolazione generale.
Secondo Simon Kyaga, consulente in psichiatria e dottorando presso il Dipartimento di Medicina, Epidemiologia e Biostatistica, i risultati inducono a riconsiderare l'approccio terapeutico alla malattia mentale. "Se si ritiene che certi fenomeni associati con la malattia del paziente sono "utili" [percepiti come tali dal soggetto n.d.b], si apre la strada ad un nuovo approccio al trattamento", dice Kyaga. "Il medico e il paziente devono giungere ad un accordo su cosa [sintomi] curare, e a quale costo. Fino a pochi anni fa in psichiatria vi era la tendenza di vedere la malattia in bianco o nero, usando un approccio terapeutico radicale per eliminare qualunque atteggiamento anomalo".
Ridurre tutto ad assenza di sintomi "strani" finisce infatti con l'appiattire la personalità spegnendo la fiamma del genio che necessariamente coincide con il vedere le cose da una prospettiva diversa e,  per alcuni, anormale. Intraprendere un percorso terapeutico mirato INVECE ad eliminare gli aspetti negativi (e vissuti come tali dal soggetto o da chi in famiglia ne condivide le manifestazioni) incanalando le tensioni all'interno di attività catartiche è chiaramente una innovazione importante. Un percorso terapeutico che affronti insieme al soggetto il rapporto rischio (vale a dire ciò che si perde) - beneficio permetterebbe di intervenire in modo mirato sugli aspetti neurologici più opprimenti per il paziente, salvaguardando nel contempo la sua creatività. 
Del resto se come dice un vecchio adagio "nessuno da vicino è normale", la ricerca attuale dice che gli artisti lo sono meno di tutti.

Fonti
- Karolinska Institute, news

- Mental illness, suicide and creativity: 40-Year prospective total population study
  Simon Kyaga, Mikael Landén, Marcus Boman, Christina M. Hultman och Paul Lichtenstein
  Journal of Psychiatric Research, corrected proof online 9 October 2012

- Arte e Pazzia
  Enrico Da Campo, sito web

- La Bella e la Bestia: Arte e Neuroscienze
  Ludovica Lumer, Semir Zeki (Laterza, 2011)

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