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Un esame del sangue per predire il rischio suicidio

In alcuni paesi il tasso di suicidi è tale da uscire dal novero della freddezza statistica per entrare tra i principali argomenti di salute pubblica. 
I paesi afflitti da questo problema hanno proprie peculiarità ma il comune denominatore di essere nazioni sviluppate sia sotto il profilo economico che socio-culturale; le variabili chiamate in causa sono molte e possono andare dal lavoro, convenzioni sociali e isolamento "affettivo" (Giappone) fino alle lunghe notti invernali (Scandinavia e Russia). Qualunque sia la specifica locale non esistono ad oggi soluzioni semplici o interventi preventivi (tipo diagnosi del rischio individuale) sufficientemente affidabili.

Forse però qualcosa si sta muovendo in ambito clinico.
L'attuazione del proposito suicida non è quasi mai una scelta estemporanea; viene covata anche in modo inconscio per lungo tempo e come tale, biologicamente, ha un impatto sugli indici metabolici. Il pensiero  è il prodotto dell'attività cerebrale di reti neurali complesse la cui disfunzione è notoriamente causa di varie patologie comportamentali, dalle fobie ai disturbi ossessivo-compulsivi. Per troppo tempo queste anomalie sono state percepite come qualcosa d'altro (di superiore) rispetto alle malattie che affliggono altri distretti corporei e questo ha remato contro l'accettazione che si tratta in grandissima parte di disturbi a base metabolica e come tali (sia come terapia che come prevenzione) possono essere trattati.
Negli ultimi anni i progressi delle neuroscienze sono stati lenti ma costanti e hanno permesso di ricondurre le anomalie del pensiero o dello stato emotivo ad alterazioni della produzione (locale o sistemica) di uno o più neurotrasmettitori. 
Lo stress, uno stato utile per la nostra sopravvivenza in quanto "preparatore" ad affrontare condizioni avverse, ha qui una valenza centrale sia per l'effetto sistemico (comportamentale, intestinale, immunitario, etc) che per la "preparazione" del pensiero suicida. Capiamoci bene,  lo stress non induce al suicidio ma può essere considerato una cartina di tornasole utile per diagnosticare il rischio in soggetti predisposti.

Monitorare lo stato di stress con marcatori "univoci" (vale a dire non basati su sensazioni ma su parametri metabolici misurabili) è quindi un campo di ricerca particolarmente importante.
E' in questo solco che rientra lo studio condotto da ricercatori svedesi delle università di Lund e di Malmö imperniato sulla ricerca di parametri biologici (biomarkers) riconducibili ad uno stress cronico e facilmente misurabili (ad esempio con un semplice prelievo di sangue).
Tra i potenziali candidati quello che sembra avere sufficienza forza statistica per correlare il superamento di certi valori ad un rischio concreto è la presenza di DNA mitocondriale libero nel sangue; una presenza che è indice di stress (mitocondriale) metabolico.
Oltre al DNA nucleare, ne abbiamo un altro
di pari importanza, quello mitocondriale. Le
cellule eucariote sono il risultato di una relazione
simbiontica iniziata circa 1,5 miliardi di anni
fa tra un batterio e una proto-cellula eucariote
(image: NHGRI)

Se confermato da più estesi studi clinici, questo parametro diventerebbe uno strumento fondamentale nella valutazione di rischio oggettivo in psichiatria.
I ricercatori sottolineano tuttavia che, data la complessità dei comportamenti individuali, il marcatore non avrà una valenza previsionale nel senso comune (e deterministico) del termine ma di un indicatore biologico che indica uno stato di stress critico nelle persone vulnerabili, come chi soffre di ansia e depressione cronica. E' in questi soggetti che il  parametro potrebbe rivelarsi particolarmente utile anche come misuratore dell'efficacia degli interventi farmacologici e psicoterapeutici adottati; un problema particolarmente importante se si pensa che oggi l'efficacia della terapia preventiva è fortemente sbilanciata su marcatori PRO (patient-reported outcome), cioè sulla valutazione "soggettiva" del paziente; autovalutazioni errate (o fuorvianti) inquinano l'affidabilità statistica e questo spiega la discrepanza tra apparente efficacia della terapia e valori ex-post di persone suicidatesi.

Riassumendo in poche righe lo studio svedese, i ricercatori si sono concentrati sull'analisi dei parametri fisiologici di 37 pazienti ricoverati in una clinica psichiatrica dopo che avevano tentato il suicidio. I dati sono stati confrontati con un ugual numero di controlli (persone senza storia di tendenze suicide) pesate per età e sesso (70 per cento di sesso femminile ed età media intorno ai 40 anni). Rispetto ai controlli, i pazienti "suicidi" mostravano livelli sorprendentemente alti di DNA mitocondriale libero nel plasma (vale a dire quello presente nella frazione acellulare del sangue), un dato che si correlava con la presenza di elevati livelli di cortisolo (l'ormone dello stress).
Il dato era non è completamente inatteso essendo già noto che le cellule immunitarie degli individui depressi possiedono un maggior numero di copie di DNA mitocondriale. Il numero di mitocondri varia nelle cellule a seconda del fabbisogno energetico, a sua volta direttamente correlato al metabolismo e allo stress. 
La correlazione tra livello di stress, cortisolo e "titolo" di DNA mitocondriale, confermato da studi su animali di laboratorio, mancava però di conferme univoche sugli esseri umani, quindi non era un marcatore utilizzabile in clinica.

Ma se il livello del cortisolo è indicativo di stress per quale motivo non misurare direttamente il cortisolo invece di cercare il DNA mitocondriale (mtDNA)?
La ragione è che il primo ha una minore valenza indicativa e predittiva di stress grave. Il cortisolo viene rilasciato nel sangue ogni mattina prima di svegliarsi (fondamentale per prepararci al risveglio) e in genere in qualunque situazione in cui sia necessario "prepararsi a reagire" ad eventi esterni; condizioni assolutamente normali che non sono quindi rapportabili ad un aumentato rischio di suicidio. Per stress grave si intende invece uno stato persistente nel tempo, che si attiva e mantiene in assenza di inneschi esterni.
L'aumento del mtDNA nel plasma è verosimilmente un riflesso di uno stato di stress cronico che induce una maggior attività mitocondriale (che ci prepara ad affrontare un evento che ... di fatto non esiste) ed ha quindi una maggiore affidabilità rispetto alla misurazione del solo cortisolo.
La tecnologia odierna (ad esempio qPCR) ci permette di misurare il numero di copie di mtDNA diluite nel plasma in modo semplice, veloce ed automatizzabile. I risultati sono inoltre più facilmente interpretabili rispetto al semplice monitoraggio del livello di cortisolo (che dovrebbe essere fatto lungo l'arco della giornata e per più giorni).
I prossimi studi, oltre alla necessità di trovare conferme mediante un campione più ampio (e vario anche in senso patologico) di pazienti, dovranno focalizzarsi sia sul monitoraggio del titolo di mtDNA nel tempo per valutare l'utilità predittiva della efficacia terapeutica (ben diversa da quella "percepita") che della quantificazione del fattore di rischio, come richiesto ad ogni marcatore usato in clinica.

Fonte
- Increased plasma levels of circulating cell-free mitochondrial DNA in suicide attempters: associations with HPA-axis hyperactivity
D. Lindqvist et al, Translational Psychiatry (2016) 6, e97





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