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L'editing genomico va valutato con attenzione prima dell'utilizzo in vivo

Oggi che le modifiche genomiche sono una realtà anche al di fuori dei laboratori del Dr, Frankenstein (o del dr. Moreau) usate, per quanto illegalmente, perfino per modificare gli embrioni prima dell'impianto (vedi l'articolo sul caso He Jiankui) si pone il problema di quali e quanti siano i rischi correlati a tale tecnica dovuti a modifiche genetiche non volute
Image credit: Harvard.edu
Argomento indagato tempo fa dai ricercatori dell'ETH di Zurigo sulla tecnica CRISPR-Cas, tecnica oramai ampiamente usata in laboratorio per modificare in modo mirato anche solo singoli nucleotidi del materiale genetico.
Tecniche usate sia per modificare geni difettosi malattie ereditarie, combattere il cancro e in agricoltura per creare colture resistenti alla siccità, calore e agli insetti

Il complesso molecolare CRISPR-Cas9 può essere utilizzato per tagliare il DNA a doppio filamento nel punto esatto in cui il materiale genetico deve essere modificato (le versioni più recenti non tagliano il DNA ma vengono utilizzate per modificare specificamente l'espressione genica). Il taglio attiva due meccanismi di riparazione naturali che la cellula usa per riparare tali danni: uno veloce ma impreciso (riparazione del DNA non omologo) che ricollega solo le estremità del DNA tagliato, e uno lento e preciso chiamato riparazione omola-diretta che non è sempre attivato (richiede un modello copiabile per la riparazione per ricongiungere accuratamente il DNA nel sito di taglio). Quest'ultimo è quello ideale in quanto consente di non lasciare "cicatrici" non volute (e deleterie) nel genoma.
Per far sì che la cellula usi la riparazione omologa-diretta, i ricercatori hanno recentemente iniziato a usare una molecola chiamata AZD7648, che blocca la riparazione rapida e costringe la cellula a usare la riparazione diretta.
 Gli studi iniziali con queste nuove terapie sono stati buoni.

È stata però proprio la dichiarazione di maggiore efficienza e precisione associata all'utilizzo di AZD7648 ad insospettire un team di ricercatori dell'ETH, che riteneva i risultati troppo buoni. Si iniziò quindi l'analisi genomica delle cellule trattate non solo nel sito modificato ma anche in regioni distanti o poste su altri cromosomi, trascurate invece nei report pubblicati.
Il risultato, pubblicato su Nature Biotechnology, è stato la scoperta che l'uso di AZD7648 ha gravi effetti collaterali (cosa che non sorprende essendo un inibitore della riparazione del DNA). 

Se infatti è stato confermato che la riparazione è stata precisa, è stato altresì visto che una percentuale significativa di cellule hanno subito alterazioni genetiche in altre regioni. Cambiamenti che andavano da semplici delezioni alla perdita di interi bracci cromosomici (inducendo quindi instabilità genomica), oltre all'azione (auspicata) sul sito bersaglio. Danni che potrebbero essere più estesi avendo solo analizzato parte del genoma.

Questo non vuol dire che la tecnica sia dannosa (infatti è stata usata con successo per la terapia risolutiva dell'anemia falciforme) 

Sono quindi necessari nuovi test, approcci e normative per chiarire l'entità e il potenziale del danno, tenendo però a mente che il sistema CRISPR-Cas è già stato utilizzato con successo nella pratica clinica (ad esempio, nella terapia della ereditaria anemia falciforme dove è stata risolutiva) ma senza l'utilizzo di AZD7648 e sempre facendo trattamenti ex vivo (cellule prelevate, modificate e poi reinserite dopo controllo invece di un trattamento in vivo).

Postilla importante.
La molecola AZD7648 è in fase di sperimentazione clinica per il trattamento del cancro, per indurre la morte di queste cellule destabilizzandole mediante un sovraccarico di danni al genoma (ricordo che è un inibitore della riparazione del DNA).

Fonte
- Genome editing with the HDR-enhancing DNA-PKcs inhibitor AZD7648 causes large-scale genomic alterations.
G. Cullot et al, (2024) Nature Biotechnology



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Ecco perché alcuni vaccini contro il COVID hanno causato (rarissimi) effetti collaterali

Durante le fasi critiche della pandemia, proprio mentre entravano nell'uso di massa (in senso letterale, cioè centinaia di milioni di persone) i primi vaccini, si cominciò ad osservare che alcuni di questi (e no, non erano quelli a RNA) si associavano alla comparsa di eventi collaterali inattesi per quanto rari. 
Le stime a posteriori sono di circa 1 ogni 100 mila persone vaccinate con numeri che oscillano tra 1 su 50 mila e 1 ogni 1 milione a seconda della classe di età e di malattie pregresse. Quindi eventi molto rari che sarebbe stato impossibile rilevare anche con una sperimentazione clinica completa (questo va detto a chi rifiutava la vaccinazione per questa ragione) in quanto il mumero di soggetti testati, e testabili, in questo tipo di studi è al massimo di alcune migliaia di persone.

Il rischio trombocitopenia trombotica riguardava unicamente i vaccini AstraZeneca e Johnson & Johnson basati sull'utilizzo come vettore di un adenovirus modificato, virus incapace di riprodursi in quanto mancante di molto del suo genoma, già usato per altri vaccini.

Ricordo che entrambi questi vaccini sono stati dismessi già nel primo anno di vaccinazioni soppiantati dai vaccini a RNA in cui il rischio di effetti collaterali era nettamente inferiore.

A distanza di anni e grazie ad uno studio approfondito di tutti i casi rilevati si è scoperto che, come atteso, si è trattato di casi in cui i soggetti colpiti avevano sia una predisposizione genetica, una mutazione nelle cellule produttrici di anticorpi (linfociti) che una precedente esposizione all'adenovirus presente nel vaccino, che aveva "addestrato" il corpo a rispondere ad un nuovo incontro attaccando le proteine coinvolte nella coagulazione (quindi trombocitopenia).
Per dirla in modo ipersemplificato e solo per rendere l'idea è la stessa ragione per cui solo alcune delle tante persone punte in precedenza da un ape diventano ipersensibili (con rischio grave in assenza di iniezione di adrenalina) a successive punture. La somma di predisposizione genetica e incontro con un l'agente stimolante.
Il risultato è interessante in quanto permetterà di modificare ulteriormente gli adenovirus usati in alcuni vaccini anti-tumorali (immunoterapie) in modo da renderli ancora meno a rischio.

Fonte
Adenoviral Inciting Antigen and Somatic Hypermutation in VITT
JJ Wang et al, (2026) NEJM



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Caffè come rimedio anti invecchiamento mentale?

Il dato emerge da un recente e numericamente ampio in cui si evidenzia che l'assunzione regolare di caffeina da caffè e tè potrebbe rallentare il declino cognitivo e ridurre il rischio di demenza.
I ricercatori hanno utilizzato i dati di due studi sulla salute per monitorare le abitudini di consumo di caffeina di oltre 130.000 persone analizzate nell'arco di quattro decenni. Il dato che emerge è che bere 2-3 tazze di caffè o 1-2 tazze di tè al giorno era associato ad una marcata riduzione del declino cognitivo rispetto a chi ne abusava o ne faceva un minor uso.
Risultato che si è rivelato valido anche nelle persone con una variante genetica chiamata APOE4, nota per aumentare considerevolmente il rischio di sviluppare il morbo di Alzheimer in età precoce.

Uno studio precedente (risalente al 2019) aveva mostrato i benefici del tè contro depressione e nel rallentare la demenza

Fonte
- Coffee and Tea Intake, Dementia Risk, and Cognitive Function
Yu Zhang et al, (2026) YAMA


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